QUELLI CHE SONO UN PO' STANCHINI


Asuon di correre hanno fatto come Forrest Gump. All'improvviso si son fermati e hanno realizzato: «Sono un po' stanchino». È il dramma di molti fra quelli che in una stagione si sono sciroppati 34-35 partite in campionato, una decina nelle coppe europee, sei o sette in quelle nazionali e altrettante in nazionale. Molti fra tedeschi, francesi, spagnoli e inglesi (che di coppe nazionali ne hanno due), hanno superato quota sessanta. Solo in partita più o meno seicento chilometri percorsi, due o trecento calci negli stinchi e un centinaio di gomitate.
Roba che lascia il segno. Tanto, troppo, specie quando a fine stagione si gioca un Mondiale in altura e al freddo. Da sola la sindrome di Forrest Gump certo non basta ma - guardando alcune fra le grandi d'Europa - aiuta a spiegare gambe pesanti e giocate più prevedibili di una sedicente battuta del Bagaglino.
L'Italia che oggi sfida la Nuova Zelanda questo rischio non lo corre: giocatori spremuti non ce ne sono. Gente come Di Natale, Palombo, Maggio, Pepe le coppe le ha viste in tv e altri più blasonati come Cannavaro, Gattuso, Pirlo o Zambrotta hanno smesso di ascoltare la musichetta della Champions quando la sera faceva buio presto.
La differenza a vantaggio degli azzurri in qualche caso supera le 15 partite: messe in fila fanno quasi un giorno intero. Alla lunga potrebbe essere questo il fattore decisivo: a beneficiarne ci sono anche squadre di secondo piano, che hanno potuto bearsi dell'esperienza europea dei migliori giocatori. Anche loro, come gran parte degli azzurri, in squadre di medio livello: niente coppe, ritmi di allenamento più umani ma un campionato competitivo dove imparare l'arte e metterla da parte per il momento giusto. Questo.

Stefano Tamburini