«San Matteo, boutique della ricerca»


PAVIA. Carlo Alberto Redi prepara le valigie proprio all'indomani della pubblicazione del libretto sui lavori scientifici del San Matteo che piazzano l'irccs pavese ai primissimi posti in Italia. L'indicatore di qualità della ricerca 2009 è il più alto raggiunto negli ultimi 18 anni.
La soddisfazione per il risultato raggiunto stempera appena l'amarezza di lasciare i tanti collaboratori con cui ha lavorato, fianco a fianco, in quattro anni di direzione scientifica. Dai più stretti, come Franco Marazza e Moreno Curti, ai tanti coordinatori dei filoni di ricerca che hanno fatto salire il livello dell''Impact factor".
«Con 594 lavori pubblicati nel 2009 - dice Redi - dovremmo essere, salvo sorprese, al primo posto tra gli irccs pubblici, secondi solo al San Raffaele che è privato. Efficienza e produttività, sempre associati nell'immaginario collettivo al settore privato, qui al San Matteo di Pavia ben si coniugano a chi fa ricerca».
Oltre alle colonne portanti - e Redi ne cita alcune «da Merlini ad Arbustini, da Lazzarino a Montecucco, ad esempio, che non hanno certo bisogno di presentazione» - ci sono poi i giovani. Quelli penalizzati dai tagli della Finanziaria «e che non è facile convincere a restare in servizio in Italia per quei pochi soldi che prendono».
Redi pensa ai ricercatori precari ma anche chi un contratto ce l'ha e si dedica con passione a filoni di ricerca di nicchia. «Penso che il compito di una direzione scientifica sia quello di scovarli e sostenerli, di fare da incubatore - dice il biologo molecolare che proviene dall'Università di Pavia e che vanta riconoscimenti a livello internazionale -. Sono loro che permettono a un istituto come il San Matteo di essere quella boutique che fa avanguardia. Noi non possiamo scontrarci con mostri come il Niguarda o il San Raffaele. Però possiamo e dobbiamo fare l'elite». Per questo, aggiunge Redi, «la medicina del San Matteo non può attardarsi in battaglie di retroguardia, ormai superate. Deve tener conto, poichè lo sa fare, delle nuove realtà applicative prospettate dalla Biologia». E' il suo campo. Si accalora parlandone. «Pnas, la rivista dell'Accademia delle Scienze ha già indicato la strada da seguire per la formazione del medico del nuovo secolo, senza la quale non potrà mai aspirare ad essere 'quella fogura completa capace di intendere il profondo significato biologico della malattia"». E da biologo che rivendica la sua formazione Redi lancia alcuni inviti a non trascusare quanto è stato messo in cantiere fino ad ora. Dalla Cell Factory alla medicina riparativa, dalla Farmacogenetica alla Terapia del dolore.
«C'è poi un'altra questione importante - dice -. Riguarda le sperimentazioni. In Italia nessuno o quasi si occupa della Fase 1 del farmaco, per intenderci la prova su un numero ristrettissimo di pazienti che fa seguito alla prova sulla cavia. Noi facciamo le Fasi 2, 3 o 4 ma non la 1 che invece acquisiamo da Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania. Il San Matteo però avrebbe tutte le competenze scientifiche per attuarla. Si tratta solo di mettere a punto un modello organizzativo. Una manciata di letti dedicati. Ci si sta pensando. Sarebbe una carta vincente».
Tra le eccellenze che Redi lascerà in eredità al suo successore, il professor Remigio Moratti, ci sono «la Cell Factory iniziata dal mio predecessore Solcia, portata avanti da me con impegni anche finanziari. Non può più attendere, deve partire presto». E ancora il rapporto con il Centro europeo 'for life sciences and the court" dell'Università (diretto da Silvia Garagna e presieduto da Amedeo Santossuoso) che porta avanti con il policlinico «progetti comuni dedicati alle decisioni critiche in medicina». Un compito che lo fa interagire anche con il Comitato di bioetica, presieduto da Carlo Govoni, «un gruppo di elevatissimo livello». E ci sono altri progetti che stanno a cuore a Redi: «La Banca del cordone diretta da Cesare Perotti, una delle 13 certificate al mondo, le ricerche in Neuroscienze coordinate da Roberto Imberti, i filoni avviati da Riccardo Caccialanza e dal suo gruppo in Nutrigenomica che ha ricadute importanti sulla gestione clinica del paziente».

Maria Grazia Piccaluga