SE VENT'ANNI SEMBRANO PREISTORIA
Venti anni fa Nelson Mandela era appena uscito dal carcere. Nei 27 anni precedenti era stato chiuso in gabbia per aver combattuto l'apartheid, di fatto la negazione di ogni libertà per chi aveva la pelle scura. Bianchi e neri non potevano, anzi non dovevano usare gli stessi autobus, bar, scuole, uffici pubblici e perfino marciapiedi e fontane. Per i neri c'erano i ghetti, i 'bantusan".
Ieri la festa per il primo mondiale africano doveva essere anche la festa di Mandela, primo presidente di uno stato finalmente libero anche se non ancora normale, come ha ben spiegato ieri su queste pagine Lucio Caracciolo e come testimoniano ogni giorno le cronache dei nostri inviati.
La morte in un incidente stradale di una nipote 13enne di Mandela ha cancellato quello che avrebbe dovuto essere l'omaggio in mondovisione a uno degli uomini capaci di cambiare la storia.
Sarebbe stato un momento immenso. Ma si è comunque ben compreso che questo Mondiale è una grande occasione, anche di riflessione. Negli anni bui dell'apartheid, il Comitato olimpico internazionale aveva vietato a ogni nazionale, a ogni singolo atleta di giocare o battersi contro il Sudafrica o un sudafricano. L'isolamento era completo e anche l'embargo sportivo ha avuto il suo peso per chiudere un'epoca folle.
Sono passati vent'anni, un soffio nel cammino dell'umanità. Vent'anni, eppure sembra preistoria. E' importante ricordarlo oggi, quando non siamo ancora del tutto presi dal rito del pallone, per riflettere e far riflettere. Specie chi si inventa riti delle ampolle, nazioni (e nazionali) inesistenti, dichiara di non tifare per l'Italia e poi, magari, se Cannavaro alzerà di nuovo la coppa, esulterà in gran segreto. Buon mondiale a tutti.