Beccaria, nel segno di Maria Corti

PAVIA.Sarà Gian Luigi Beccaria il nuovo presidente del Centro Manoscritti, fiore all'occhiello dell'università di Pavia voluto da Maria Corti e diretto da Maria Antonietta Grignani. Il professore e divulgatore di storia della lingua, noto sin dai tempi in cui arbitrava il quiz televisivo 'Parola mia" con Luciano Rispoli, sarà al Collegio Nuovo alle 18.15 di giovedi per presentare il suo ultimo lavoro Misticanze. Parole del gusto, linguaggi del cibo (Garzanti, p. 236, 15), volume con cui ha recentemente vinto il Premio per le Identità e le Letterature dialettali. L'intervento di Beccaria, già più volte ospite del Nuovo, concluderà il ciclo di conferenze del Collegio, la cui attività riprenderà il prossimo autunno.
Quali progetti per il Centro Manoscritti?
«La nomina è fresca, dobbiamo ancora iniziare a lavorare, ma non vedo l'ora di mettere le mani tra le carte di Montale e Zanzotto. Mi onora prendere in custodia la creatura prediletta della Corti: sono legato a Pavia da lei e da Segre, sono anch'io allievo di Terracini. Terracini. L'importante sarà reperire fondi per continuare l'attività di ricerca e di acquisto: non sono un manager, ma l'attività del Centro dipende da quello».
Come nasce «Misticanze»?
«Nel mio lavoro sull'italiano regionale ho potuto confrontarmi più volte con la lingua della cucina e con la sua incredibile varietà. Fin dal Quattrocento la gastronomia è legata allo spettacolo e alla cultura: il cibo in questo senso è anche ricchezza verbale, può segnare un'identità (si pensi ai divieti di ebrei e musulmani) ma soprattutto è stata fonte d'ispirazione per i componimenti di grandi artisti, da Gadda a Cervantes, da Belli a Calvino. La storia delle arti è ricca di ghiottoni, da Rossini a cui è stato dedicato un piatto, fino alle più recenti schiere di investigatori gourmand come Nero Wolfe, Pepe Carvalho o il nostro Montalbano. C'è di più: nel libro mi sono divertito a fare una rassegna di golosi celebri, come il Martino Quarto messo da Dante in Purgatorio, noto per far affogare le anguille nella vernaccia, oppure artisti e pittori della Firenze cinquecentesca - fra cui il Bronzino - fondatori della 'Compagnia del Paiolo". E poi l'Alfieri, noto per la passioni per i tartufi o per la minestra di ortiche: il poeta amava a tal punto la ricetta da includere nel suo bagaglio una riserva dell'erba, in una lettera al servo Elia si lamenta dell'impossibilità di reperire l'ingrediente fondamentale nell'inverno di Pietroburgo. La letteratura poi è piena di grandi affamati come Sancho Panza, oppure di scene gustose come la presentazione che fa Tomasi di Lampedusa del timballo di casa Salina».
E per l'Italia di oggi?
«Il quadro è vitale e molto vario, basta menzionare i mille tipi di pane, oppure dolci tradizionali: quanti modi abbiamo per definire quelle delizie di carnevale che i lombardi chiamano chiacchiere, i piemontesi bugie e via dicendo? Altro discorso quando la lingua vuole farsi creativa, basta prendere in mano un menù di ristorante per capire quanto questa invenzione possa essere gratuita. L'apoteosi con la lingua dei sommelier, la sua profusione di aggettivi improbabili (c'è il vino che sa di rosa bianca piuttosto che di rosa rossa) fa sorridere. L'invenzione prende spesso il sopravvento sulla realtà, ma in fin dei conti si mangia anche con la fantasia».
Il pubblico si ricorda di lei anche per la partecipazione al programma di Rispoli. C'è ancora spazio per la divulgazione linguistica in tv?
«Quella televisione non esiste più, ma se ne sente il bisogno: si legge poco, la sintassi è sconosciuta e il vocabolario sempre più ristretto. Quello che facevamo era far passare un messaggio serio con un registro leggero, oggi rimane solo il registro. Ma sarebbe importante tornare a parlare di lingua in televisione: è grazie ai nostri programmi che molti stranieri imparano l'italiano ben prima di arrivare nel nostro paese, è grazie alla tv come strumento didattico che l'integrazione - anche linguistica - non resta un concetto solo teorico».

Raffaele Guazzone