E IN EUROPA TORNA IL TIMORE DI UN "EFFETTO DOMINO"
Li chiamano Cds. E' acronimo di Credit default swap. Sono strumenti derivati che misurano il grado di affidabilità di un Paese. E' sui Cds che ora sono puntati gli occhi di tutti, perché è dal loro andamento che ci si accorgerà se il temuto «effetto domino» è in arrivo. Se dopo Grecia e Ungheria altri rischiano e con loro tutto il Vecchio Continente.
Vediamo di spiegare meglio la questione. Ogni Paese emette una certa quantità di titoli (i più diffusi sono i Bot) per finanziare il debito pubblico. Insomma, lo Stato emette titoli (e i cittadini li sottoscrivono) per incassare denaro e con quello far funzionare la macchina statale. Però su quei titoli deve pagare un interesse.
E se uno Stato, per esempio, si lascia prendere la mano ed emette troppi Bot? Oppure, per un improvviso aumento dei tassi, quel certo Stato non è più in grado di pagare gli interessi? E, ancora peggio, se quel certo Stato non fosse più in grado di rimborsare i Bot alla loro scadenza (come è successo all'Argentina nel 2001)?
Ecco, qui entrano in gioco i Cds. Sono, in pratica, un premio di assicurazione contro il fallimento. Chi ha investito in titoli di quello Stato, compra i Cds e si assicura. In caso di fallimento, l'investire sarà rimborsato per intero. Bene, ieri i valori dei Cds sono volati al cielo. Quelli ungheresi sono andati a 371. Vuol dire che, a fronte di 10mila euro investiti, il premio di assicurazione è di 371 euro all'anno.
Nell'Europa occidentale c'è il Portogallo a quota 364, poi la Spagna a 278 e l'Italia a 264, a testimonianza anche il nostro Paese è considerato poco sicuro, se è vero che la media europea di questi Cds è 174 punti.
C'è chi li vorrebbe abolire, chi li considera strumenti nelle mani del diavolo, ma sono pur sempre indicatori di un certo stato di cose. L'Italia, per esempio, ha un debito pubblico enorme (1.800 miliardi di euro). Per questo, il governo deve emettere titoli e, per questi titoli, pagare ogni anno quasi 90 miliardi di euro di interessi. L'Italia questi interessi li ha sempre pagati e tutto fa pensare che li pagherà anche in futuro, anche se assorbono quasi un terzo del gettito fiscale in entrata.
Nel rapporto fra debito e Pil, che serve per calcolare la capacità di ricchezza e quindi di rimborsare il debito, sta peggio dell'Italia solo il Giappone. Soltanto nei giorni scorsi, c'era chi sosteneva che una 'manovra" per migliorare appena i conti pubblici italiani e riportarli a quelli del 2005, dovrebbe essere di 200 (duecento) miliardi di euro.
E' evidente che nessun ministro potrebbe proporre una manovra di quell'importo (quella proposta da Tremonti di 25 miliardi spalmata in tre anni). Se non si abbatte il debito, in alternativa si dovrebbe far aumentare il Pil, impresa ancora più difficile in momenti di crisi come questo. E allora?
Regna l'incertezza. Per questo, ieri, c'è stata una fuga dall'euro. Vuol dire fuga dai titoli di Stato europei che potrebbero, un giorno, fare la fine dell'Argentina. Chi lo sostiene viene zittito, in genere, come menagramo, ma i conti sono li, tutti da vedere, tutti da soppesare. (g.f.)