Pavia in guerra, morte dal cielo
PAVIA. Molti pavesi che erano accorsi in piazza della Vittoria, quel 10 giugno 1940, per inneggiare al duce che dichiarava guerra alle «demoplutocratiche» Francia e Inghilterra, schierandosi al fianco del Terzo Reich, probabilmente si pentirono presto di averlo fatto. Perchè il conflitto portò con sè una pesante scia di lutti e distruzioni.
Il pomeriggio del 10 giugno, le campane a martello della Torre civica chiamarono a raccolta i pavesi. Alle cinque, gli altoparlanti cominciarono a diffondere la voce di Mussolini che parlava affacciato al balcone di Palazzo Venezia a Roma. Era il famoso discorso delle «decisioni irrevocabili». Il capo del fascismo cercava «qualche migliaio di morti» per sedersi al tavolo della pace accanto all'alleato nazista e strappare concessioni importanti alla Francia già sconfitta dal blitzkrieg tedesco: Nizza, Savoia, una bella fetta delle colonie africane. Il duce pensava a una guerra lampo, che non avrebbe messo a dura prova le nostre forze armate, del tutto impreparate al conflitto, invece trascinò il Paese alla rovina.
Il mattino del 10, i fascisti pavesi si erano preparati all'evento, con l'adunata al castello Visconteo per ascoltare il podestà Nicolato e gli altri papaveri locali del regime. In serata, il questore ordinava l'oscuramento: strade al buio e vetri delle case schermati per evitare che le luci favorissero l'orientamento degli aerei nemici. Un palliativo che non risparmiò certo a Pavia e alla sua provincia le pesanti incursioni dei bombardieri alleati. Il prezzo diventò altissimo nel 1943 e nel '44, quando gli attacchi senza sosta dal cielo misero in ginocchio il capoluogo e gli altri centri principali, martellando su ponti, fabbriche, snodi stradali e ferroviari (un resoconto dettagliato sull'andamento e le conseguenze della guerra aerea si trova nel volume a cura di Mario Scala, Bombardamenti di Pavia e provincia, Emi Editrice). La guerra innescò subito il dramma degli sfollati. Basti pensare che nell'agosto del '40, tre mesi dopo l'intervento dell'Italia nel conflitto, erano già 9mila in tutta la provincia. Un altro degli effetti più tangibili è il razionamento del cibo: nella primavera del 1942 la quantità pro capite di pane viene ridotta del 25%, con 150 grammi al giorno, 300 per gli addetti ai lavori pesanti. Restrizioni che, chi può, aggira ricorrendo alla borsa nera, ma la maggior parte delle famiglie è costretta a stringere la cinghia e a temere e piangere per i propri cari richiamati al fronte. Le cose, già nel '40, non si mettono bene per l'Italia: Mussolini, dopo l'attacco a una Francia agonizzante, sperava di entrare da trionfatore a Nizza ma deve accontentarsi di Mentone, per le difficoltà incontrate dai nostri reparti sulle Alpi; in ottobre, il duce e il genero, Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri, scatenano l'aggressione alla Grecia, convinti di poterle «spezzare le reni», ripagando cosi della stessa moneta Hitler che non informa mai preventivamente l'alleato dei suoi piani. Ma la campagna rischia di trasformarsi in una nuova Caporetto e saranno proprio i tedeschi a salvarci dal disastro accorrendo in forze nei Balcani. Va di male in peggio sul fronte africano, dove il maresciallo Graziani malvontieri avanza in Egitto ma viene poi travolto dalla controffensiva degli inglesi che fanno decine di migliaia di prigionieri e minacciano di buttarci a mare. Sarà anche in questo caso l'intervento nazista a rinviare la resa dei conti.