UN PAESE SENZA PRIMAVERA LA NATO NON TROVA SOLUZIONI


Doveva essere la primavera della svolta in Afghanistan. Invece stiamo come prima, forse peggio di prima. La nuova strategia impostata dal generale McChrystal, basata sulla protezione della popolazione locale, sul radicamento delle autorità di Kabul nel territorio e sulla stabilizzazione del paese, non sta progredendo. Anzi, il numero di vittime fra civili e soldati resta impressionante. Ogni settimana muoiono circa 10 militari atlantici. Troppi, decisamente troppi.
L'uccisione di due nostri soldati e il ferimento di altri due nella regione di Herat conferma che tutto il territorio afghano è sotto la pressione delle insurrezioni. Non è pregnante parlare di taliban, quanto di una dozzina almeno di gruppi di terroristi o banditi vari, che impugnano le armi contro gli americani e i loro alleati. Ma soprattutto, che ragionano ormai sul dopo-America, ossia sul giorno in cui o non vi saranno più truppe Usa e Nato sul terreno, oppure saranno talmente ridotte in potenza, da renderle marginali.
Viene sempre più alla luce l'errore di Obama, quando nel dicembre scorso, proclamando a West Point di avere finalmente una nuova strategia per l'Afghanistan, annunciò contemporaneamente l'aumento del contingente americano e alleato e la data d'inizio ritiro, fissata per il luglio 2011. Lo stesso presidente si deve poi essere accorto di quanto improvvido fosse tale annuncio, tanto da cercare di relativizzarlo. Ma ormai il genio è fuggito dalla bottiglia: troppo scoperta è la tentazione americana di tagliare la corda prima delle prossime elezioni presidenziali.
Da buoni alleati, noi italiani abbiamo immediatamente aderito all'appello di Obama. Berlusconi ha promesso un altro migliaio di uomini e donne, che arriveranno in teatro entro un paio di mesi. Avremo cosi schierato quasi 4 mila soldati in un campo di battaglia che gli americani intenderebbero sgombrare entro il 2012. In tal modo, ci siamo assunti gli stessi rischi dei nostri alleati maggiori, senza però disporre del loro potere discrezionale. Eravamo entrati a Kabul per l'America, ne usciremo solo quando l'America vorrà.
Come al solito, i nostri caduti accendono uno pseudo-dibattito su che cosa ci stiamo a fare nella guerra perduta. Un dibattito ridicolo, se non fosse tragico, dato che la decisione non abbiamo voluto che ci appartenesse. E non c'è improvvisazione che celi la nostra volontaria rinuncia a scegliere.

Lucio Caracciolo