Licenziamenti e rabbia, dura la vita ad Atene
ATENE.Licenziamenti a catena, aziende e negozi chiusi, scioperi e manifestazioni, ma soprattutto rabbia e rancore. Perché - questo è il sentire comune - mentre i cittadini devono accettare il piano di austerità, i mercati continuano a speculare. La Grecia è sull'orlo del baratro e i greci devono attenersi alle regole imposte dall'emergenza.
E' un paese che sembra schiacciato da due sentimenti: rabbia e rassegnazione. Una fotografia di Thanassis Stavrakis, un reporter dell'Associated Press che è andato in giro a fotografarli, immortala un signore che passa, a testa china, davanti a una saracinesca abbassata su cui campeggia la scritta malamente scritta a spruzzo: «Io non voglio pagare. Non passeranno». Si riferisce ai draconiani piani di un governo in seria difficoltà di consenso e che rimandano a uno slogan, caro anche a molti movimenti giovanili italiani e ormai tradotto in molte lingue: «Noi la crisi non la paghiamo!».
Kathimerini, giornale che ha anche un'edizione inglese, ha scelto una satira omerica, con una vignetta che raffigura il primo ministro George Papandreou che gira nello spazio in motorino: incontra un alieno e gli chiede la strada per Itaca...
Tra i greci cresce la paura di un naufragio totale e un non celato desiderio di rivolta verso il piano di austerity che le autorità del paese vogliono far trangugiare a forza in un clima dove ogni ora, ogni giorno, ogni momento si preparano mobilitazioni, proteste, sit in in cui si ritrovano vicini anarchici e colletti bianchi, studenti e operai.
Ma a pesare più di tutte è la mancanza di speranza per un destino che non sembra riservare vie d'uscita: i cittadini greci vivono sulla propria pelle gli effetti della crisi dovuta alle irresponsabilità e agli scandali dei governi precedenti, soprattuto quello dei conservatori della «Nea Dimokratia», al potere per cinque anni, quando a farla da padrona erano le bolle speculative e l'avidità dei banchieri.
Gli stessi che hanno ora nel mirino il Portogallo e gli altri paesi del mediterraneo, Italia compresa e senza tener conto che in gioco c'è l'architettura dell'Unione europea. O forse, come si sospetta, è proprio questo il loro vero obiettivo. Nessun greco del resto dubita del fatto che nel suo Paese ci sia stata una corruzione di tipo mafioso, una grande economia sommersa alimentata dall'evasione fiscale, un debito e un settore pubblico cresciuti a dismisura grazie a politiche clientelari.
Le famose greek statistics, l'alterazione cioè dei dati statistici economici, erano note ai tecnocrati di Bruxelles fin dagli inizi del 2000. Com'è ormai noto che il governo precedente di Costas Karamanlis era «riuscito», in poco più di un anno, a far crescere il deficit dal 6% al 13,6% del Pil. Ma di questi scandali gli unici che non hanno colpa sono le classi economicamente più deboli, gli strati sociali medi e bassi, proprio coloro che oggi vengono chiamati a pagare la crisi. E sulle quali incombe una cura da cavallo fatta di tasse e tante rinunce.