Senza Titolo

E ora che lo show-down s'è consumato nello splendore delle luci di scena, per poi moltiplicarsi a dismisura nel web che tutto esalta e ridicolizza, ci si chiede come andrà a finire, quale sarà la mossa (o la rissa) successiva, chi vincerà, chi se ne avvantaggerà. Un po' di pazienza, non resta che attendere, lo spettacolo riprenderà presto, alla prossima puntata. Della quale si potrà forse prevedere qualche sviluppo, ma senza azzardare scommesse visto che i precedenti sono andati al di là di ogni possibile fantasia.
Qualcosa s'è rotto per sempre tra Fini e Berlusconi, scrivevamo per esempio una settimana fa, ma nemmeno lontanamente immaginando che ciò potesse addirittura accadere - mirabile contrappasso - in diretta tv, con una plastica prova di forza tra i due: il viso terreo, il cerone che cola, il ditino alzato, le minacce urlate... E con un carico di livore e di incontenibile risentimento che sembra trascendere le mere questioni politiche e toccare perfino i rapporti personali.
Ad avanzare ipotesi, aiutano i fatti. Fini non aveva altra scelta: troppo distanti le due personalità, le rispettive visioni del mondo, troppo marcata la deriva leghista del Pdl.
Forse al momento della separazione in casa sperava di raccogliere truppe più consistenti di una pattuglia che non arriva al dieci per cento del partito, ma i suoi colonnelli sono ormai stati assoldati nell'esercito berlusconiano con una poltrona o un ministero. Un tradimento atteso.
La sfida, dunque, è difficile. Il presidente della Camera spera però che la sua navicella imbarchi nuovi alleati in Parlamento quando si affronteranno i temi caldi, quelli che per ragioni opposte stanno a cuore ai due contendenti: giustizia, riforme, federalismo. Facile prevedere continue prove di forza parlamentari utili soprattutto a Fini e ai suoi compagni di strada per misurare il proprio peso di oppositori.
Se fosse per il cavaliere, avrebbe già licenziato il dissidente, ma visto che non si può, comincerà la sfrenata corsa all'acquisto del deputato o del senatore traballante tra i due fronti, vecchia specialità di casa Berlusconi. Se fosse per Fini, sbatterebbe volentieri la porta, ma sa che solo restando come minoranza agguerrita nel Pdl avrà modo di far sentire la sua voce. Per questo ogni inciampo parlamentare gli verrà addebitato, ogni ritardo contestato, fino a diventare lui nella propaganda berlusconiana il capro espiatorio di ogni futura manchevolezza di governo. Dal pollaio televisivo, nel quale Berlusconi è improvvidamente piombato proprio dopo aver tentato di recitarne il de profundis in nome della par condicio, il governo esce assai indebolito. In quanto al premier, gli è stato detto in pubblico che è nudo, come il re dell'apologo.
Tutto questo non può piacere a Bossi, unico azionista di riferimento di una maggioranza che ora rischia di non portare a casa l'unica cosa per la quale la Padania fibrilla: il federalismo. Forse più che a Fini e Berlusconi, nei prossimi giorni sarebbe utile guardare al senatur: è l'unico che può decidere di giocare la carta delle elezioni. Nelle quali i conti si faranno davvero. E forse definitivi.

Bruno Manfellotto