Berlusconi ha pronto il piano anti-Fini

ROMA.«Non è possibile che ci siano correnti che qualcuno ha definito metastasi dei partiti». Alla vigilia della direzione del Pdl che oggi formalizzerà lo strappo tra Berlusconi e Fini, il Cavaliere ricorda quel che il presidente della Camera disse nel 2005 a proposito delle correnti che dividevano An e assicura che anche nell'ipotesi di una scissione della corrente finiana dal Pdl «il governo andrà avanti lo stesso». «Il Pdl è un partito che nasce dal popolo, non è un partito con le correnti che facevano parte dei vecchi partiti», dice il premier al termine di una giornata che comincia con i veleni del ministro La Russa («Fu un errore non impedire a Fini di diventare presidente della Camera») e si conclude con una riunione a palazzo Grazioli tra il premier e i vertici del partito per mettere a punto la tecnica per «neutralizzare» il dissenso dei finiani.
Berlusconi, che non tollera contestazioni e soprattutto non vuole brutte sorprese in Parlamento, dice che «non deve nessuna risposta» a Fini e spiega in modo anche ruvido che chi non è d'accordo con la sua linea si deve fare da parte. «Voi dite che Fini non vuole rompere - ha risposto ieri ai mediatori (fra cui Tremonti e Alemanno) - ma se io riconosco la sua minoranza mi ritrovo il Vietnam in aula, con imboscate continue». Fini critica la gestione «cesarista» del partito nato dalla fusione di Forza Italia e An e rivendica il diritto al dissenso? «Il Pdl», risponde Berlusconi, «è il partito più democratico che c'è, dove si discute. Quando si arriva ad una decisione dove c'è una maggioranza, la minoranza si deve adeguare». E lo strumento per costringere la minoranza ad adeguarsi passa per un documento che oggi sarà messo in votazione alla direzione del partito che si riunisce all'Auditorium della Conciliazione. Il documento, discusso ieri nella residenza del Cavaliere, sancirà che le decisioni prese dalla maggioranza impongono alla minoranza di adeguarsi. E questo deve avvenire soprattutto nelle aule parlamentari, dove il premier non è disposto a tollerare voti contro.
Se poi la governabilità non sarà garantita dal voto di tutti i parlamentari del Pdl, allora ecco la minaccia di nuove elezioni, meglio andare al voto anticipato. «Quello che voglio e che deve guidare ogni nostra decisione è governare e fare le riforme che il paese ci chiede: se non c'è questa governabilità allora dobbiamo ridiscutere tutto sino alle estreme conseguenze...». La minaccia è esplicita. Davanti alla prospettiva del voto anticipato, Fini farà marcia indietro? Il presidente della Camera, che ieri sera ha stretto rapidamente la mano al Cavaliere in occasione del ricevimento per il Sessantaduesimo anniversario della nascita dello Stato di Israele, non ha parlato per tutto il giorno. Lo farà oggi.
E il suo intervento è attesissimo. I temi che lo dividono dal premier non riguardano solo la conduzione del partito e il grado di democraticità interna al Pdl ma anche e soprattutto le proposte di legge sulle quali presto si dovrà votare. Ed è difficile immaginare che anche questa volta lo scontro tra i cofondatori del Pdl si possa concludere con l'ennesima «tregua armata». Che il rischio scissione sia giunto ormai al punto di non ritorno lo ammette anche Umberto Bossi. Ed anche in questo caso, il messaggio che la Lega spedisce ai finiani sul piede di guerra non cambia: «Quando non si trovano soluzioni accettabili a dei contrasti cosi evidenti, la cosa migliore da fare è quella di rivolgersi al popolo sovrano».

Gabriele Rizzardi