Senza Titolo


Gli scandali calcistici non sono cosa d'oggi in Italia. Lo scudetto della stagione 1927-28 non fu assegnato. L'aveva vinto il Torino sospettato però di aver corrotto il terzino Allemandi della Juventus (con 50.000 lire del tempo). Ma la sua colpevolezza la accertò la Federcalcio presieduta dal gerarca Leandro Arpinati che era pure podestà di Bologna e a fruire di quel verdetto a tavolino sarebbero stati i rossoblu. Ora, per le intercettazioni riguardanti i campionati 2004-05 e 2005-06, due scudetti sono stati tolti alla Juventus retrocessa in serie B e uno è stato assegnato alla terza classificata, l'Inter. La quale però, nel processo penale di Napoli contro Moggi e C., viene ora tirata di mezzo da un'altra raffica di intercettazioni sin qui non trascritte, ben 30.000. Esse riguardano il defunto alto dirigente nerazzurro Giacinto Facchetti. Fino a ieri il presidente Massimo Moratti, che per il suo team ha speso una fortuna, sosteneva di essere del tutto estraneo. Che fare allora di quello scudetto tolto alla Juve e dato all'Inter? L'unica cosa seria, credo, sarebbe di procedere come nel lontano 1928, non assegnandolo. Ma il punto vero è che la nuova ondata di intercettazioni (benefiche, perché portano alla verità) danno ragione a quanti - come Oliviero Beha, diciamolo - sostengono da tempo che, per il processo di Napoli, non bisogna parlare più soltanto di Moggiopoli bensi di Calciopoli. Cioè di un processo al calcio tout court. Sempre che vogliamo far entrare nel mondo della pedata un bel po' di aria pulita.
Perché la corruzione intacca a fondo anche l'ambiente del calcio guastando cosi la «favola bella» degli italiani? Perché, purtroppo, il livello medio della nostra moralità pubblica è sempre stato e resta mediocre. Perché esso viene ulteriormente abbassato dal giro di miliardi (di euro) che stordisce il football, fra campionato nazionale e Champions. Oggi è impensabile che uno scudetto di serie A lo possano vincere - è accaduto qualche tempo fa - squadre come il Cagliari o il Verona. Ci vogliono società più potenti, più dotate di capitali e anche di «influenze», di conoscenze. Oggi contano i diritti televisivi e vincere uno scudetto e/o andare in Champions, vuol dire incassare cifre mirabolanti. E allora bisogna darsi da fare, in ogni modo, con ogni mezzo, per vincere o per arrivare ai primissimi posti. Il modello scelto, anche in Italia, è quello inglese e spagnolo, «drogato» dai diritti tv, con ingaggi e stipendi formidabili. Come i deficit di bilancio. Risultato: i dieci club calcistici più indebitati d'Europa sono, nell'ordine, Chelsea, Manchester Udt, Real Madrid, Atletico Madrid, Valencia, Barcellona, Inter, Milan, Arsenal e Liverpool. Il calcio italiano è gravato di 2 miliardi di debiti. Quello inglese, o spagnolo, di 3. La bancarotta. Mentre Germania e Francia hanno già dato una «stretta» a spese, stipendi, ingaggi, puntando sui vivai. Un esempio «virtuoso» da imitare al più presto. Probabilmente se ne gioverà pure la moralità complessiva del calcio.

Vittorio Emiliani