In scena il riscatto della badante
PAVIA.Ha iniziato con 'Fotografia di una stanza", storia di un capo carpentiere e del suo giovane garzone rumeno, e ha proseguito con 'Il mio amico Baggio", protagonisti due cantanti brasiliani giunti in Italia per vivere e lavorare. Cesare Lievi conclude adesso la sua trilogia sullo straniero con 'La badante" (da oggi a giovedi, ore 21, al Teatro Fraschini), interpretato da Ludovica Modugno, Giuseppina Turra, Emanuele Crucci Viterbi, Leonardo De Colle, Paola Di Meglio. Parlare di noi attraverso gli altri. Questo lo scopo dell'autore-regista: non raccontare la diversità, né descrivere la percezione che si può avere di chi viene da fuori, bensi guardare il nostro essere da una prospettiva nuova, con uno sguardo insieme pietoso ed impietoso, per scoprire tutta la falsità, il nulla, la sterilità del quotidiano e della società consumistica del benessere e del solo apparire in cui viviamo. Dal testo, amaro e raffinato, carico ora di malinconia ora di sottile ironia, elaborato con una scrittura agile, contraddistinta da dialoghi serrati e fitti, deriva uno spettacolo teso e netto, un apologo poetico, polemico, dolorosamente cattivo e penetrante che non fa sconti sul degrado morale e spirituale dei nostri tempi. Lievi gioca a carte con il tempo. La scansione delle scene, infatti, non segue la cronologia. Rincorre piuttosto le idee, i quadri di un'esistenza che si srotola fra le parole. Il sipario si apre, quindi, tre volte - tre sono gli atti - su un interno borghese, che colloca la prima scena nel presente, la seconda nel futuro e la terza di nuovo nel presente. Qui, in una sorta di processo di svelamento, ruota una trottola vorticosa di sentimenti, rabbia repressa, grumi di rancore, e si consuma una scarna, realistica, ma al tempo stesso simbolica, vicenda. Ne è il perno, più che la badante del titolo, una vecchia signora dal carattere forte, lunatica, bizzosa, alla quale una giovane ucraina presta le sue cure. Gliel'hanno imposta i due figli, l'uno industriale che ama solo il danaro, l'altro che fa la bella vita, e la nuora, tutti troppo occupati per poter avere cura della madre. Irritata con i figli egoisti, incapaci di darle un po' di amore e di affetto, la donna è insoddisfatta di tutto, costretta ad accettare di vedere scomparire, giorno dopo giorno, memoria (che l'assilla con il passato ma la tradisce nell'oggi), lucidità e dignità umana, ossessionata dalla prospettiva della morte che dice di non temere, ma che certo l'angoscia con la sua sempre più probabile imminenza. Soprattutto è insofferente verso quella presenza estranea, eppure indispensabile in casa, che accusa di essere bugiarda e ladra. Poi, con una virata, la commedia diventa una sorta di 'mystery". Perché, alla morte della signora, i figli scoprono di non essere loro gli eredi delle sue ricchezze... (f. cor.)