«Su Internet non si può permettere tutto»
MILANO. Il mondo virtuale del web non può essere una «sconfinata prateria» dove «tutto è permesso e niente può essere vietato» e Google - quando consente agli utenti di caricare video in rete - non può «nascondere» le informazioni per il rispetto della privacy, soprattutto poiché svolge un'attività con un «fine di profitto» e un «interesse economico», grazie ai «link pubblicitari».
Sono i motivi per cui il giudice di Milano, Oscar Magi - lo scorso 24 febbraio - ha condannato tre dirigenti del famoso motore di ricerca (sei mesi, pena sospesa) per violazione della privacy, al termine di un processo con al centro il video di un minore disabile insultato e vessato da alcuni compagni di scuola. Il filmato venne caricato su Google Video l'8 settembre 2006, dove rimase, cliccatissimo, per circa due mesi.
La condanna dei responsabili di Google aveva fatto il giro del mondo, ed era arrivata in conclusione del primo processo in campo internazionale ai dirigenti di un «provider» di Internet per la pubblicazione di contenuti sul Web. Sentenza criticata dall'ambasciata degli Usa a Roma, che si era richiamata al «principio fondamentale della libertà» di Internet «vitale per le democrazie».
Il motivo della condanna, sta nel fatto che l'informativa sulla privacy, che apparve quando i ragazzi caricarono il video del disabile, era «talmente nascosta nelle condizioni generali di contratto da risultare assolutamente inefficace per i fini previsti dalla legge». E Google, come gli altri provider, invece, ha un obbligo «di corretta e puntuale informazione» nei confronti di chi carica in rete. La condanna non è stata costruita su «un obbligo preventivo di controllo sui dati immessi», ma in relazione a «un'insufficiente (e colpevole) comunicazione degli obblighi di legge» sulla privacy.
Google ha ribadito che «questa condanna attacca i principi stessi su cui si basa Internet». Il giudice rimane in attesa di una «buona legge»' sulla responsabilità per la pubblicazione di contenuti sul web.