E' caro il prezzo del Carroccio


(segue dalla prima) E' la sua vocazione naturale ed è la legge dei numeri, dei voti conquistati. La Lega chiede a gran voce posti, decisioni e prebende, tra parolone di retorica e messaggi trasversali. Urla e applausi. Ringhia per minacciare, tranquillizza accarezzando i nostri istinti. Sul piatto mette la sicurezza, la voglia di identità, le radici appunto, la difesa del territorio, del nostro orto, di case e chiese. Il lavoro e le imprese nostrane. E, soprattutto, lancia anatemi contro i criminali, i ladri e i puttanieri, contro gli stranieri, i clandestini, i volti scuri. Attenti, meglio che stiano al loro paese, meglio che non imbrattino i nostri muri e i nostri marciapiedi. A ca' tüti, insomma. Via via se non hai un'occupazione, un tetto, uno studio, se non conosci l'italiano o l'ambrosiano. Via via che noi qui vogliamo vivere senza paure (mentre le coltiviamo), che non vogliamo sporcarci le mani (e ce le sporchiamo almeno con i pensieri), che vogliamo lavorare (e intanto li obblighiamo agli impieghi più pesanti, quelli che rifiutiamo).
La Lega è qui, sul nostro terreno di vita, nel cervello, nel cuore e nella pancia della gente. Già, la gente che ascolta e che si fida. Che teme e che trova, dai leghisti, risposte forse sbagliate, forse sentimentali, arcaiche, irrazionali, ma che sono come l'unguento profumato sul corpo che soffre per i dolori della primavera incipiente. I lombardi alla prima o seconda crociata ascoltano, si agitano, sono sul pianerottolo, sono il vicino. Si impegnano e osannano il leader martoriato nel fisico, quell'Umberto Bossi che chissà se immaginava o sognava giorni come questi quando studiava Medicina a Pavia e alloggiava nell'appartamento di via Lovati. Chissà se Bossi intravedeva lo tsunami che gli piace e che lo consuma mentre non se la sentiva di laurearsi.
Chissà. Tanti chissà. Anche il ricordo di Franco Castellazzi, il capo pavese del Carroccio della prima ora che faceva da spalla a lui, al Bossi. Povero Castellazzi che non c'è più. Un politico dal fiuto sopraffino, intelligente, capace di agitarsi in quegli Anni Ottanta e Novanta. Intellettuale e attacchino. Castellazzi che seminava per la Lega e che non avrebbe mai consumato una campagna elettorale con gli eccessi dell'uomo del giorno di oggi, quell'Angelo Ciocca che ha ottenuto un consenso record: 18.848 preferenze in provincia di Pavia, uno dei primati in Lombardia. Ciocca il bello, l'elegante, il Tom Cruise verde di San Genesio che da tempo non molla, che non lascia nulla di intentato. Ci ha spossato con il suo volto, i suoi manifesti, i suoi messaggi, la sua presenza asfissiante. Ciocca il nuovo principe del consenso, una macchina da guerra perfetta, intraprendente (ma quanto ha speso?). Ciocca molto diverso da Castellazzi. Ciocca, la nuova generazione della Lega che è di lotta e di governo, tanto per mutuare uno slogan di sinistra.
Quella sinistra, nel senso del Partito democratico, che veleggia sul 22 per cento, che non si alza, che viene oppressa e che di solito, dalle nostre parti, viene umiliata oltre il dovuto. La sinistra che ha perso smalto, capacità reattiva, di coinvolgimento. Che non esce dalla dicotomia storica tra ex-comunisti ed ex-democristiani. Che si straccia le vesti per Giuseppe Villani e Carlo Porcari. (E la Lega intanto vince, irridente, contenta). Che non sa parlare a chi lavora, come una volta. Che non sa più partecipare, chiamare e portare le bandiere.
Sinistra giù, delusa e deludente. «Non moriremo padani», dice subito un amico. Il messaggio arriva a destinazione, ma resta una battuta. «Non moriremo padani». Lo sanno anche nel Pdl (al 30 per cento, meno sette dopo un anno), il partito del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, qui il partito soprattutto e sempre di Giancarlo Abelli che ha deciso di affrontare una competizione difficile per lui, nella contingenza, dopo gli attacchi e le vicende familiari. Invece di starsene tranquillo a Montecitorio, ha voluto il gran ritorno al Pirellone (dove adesso è il consigliere più anziano) confidando nei talenti che possiede, nella sua forza politica. Ha perduto novemila preferenze se rapportate a quelle del 2005. Anche lui ha dovuto prendere atto che la Lega esiste.

Angelo Pezzali