Il boss della mafia è un architetto


PALERMO.Entrava e usciva tranquillamente dal palazzo del presidente della Regione, frequentava i salotti della Palermo bene, ed era rappresentante siciliano del Movimento dei cristiani lavoratori. Per la Procura di Palermo è però l'ultimo erede del grande padrino: Salvatore Lo Piccolo. Per questo è finito ieri in manette il noto architetto Giuseppe Liga, 59 anni, ex democristiano ancora oggi con «legami solidi con le gerarchie ecclesiali». Un duro colpo a Caso Nostra, che il premier Silvio Berlusconi definisce «un successo nella lotta alla mafia».
Per gli inquirenti ieri è stata decapitata «la mafia dei colletti bianchi». Liga avrebbe continuato a gestire il tesoro di Lo Piccolo, che il 5 novembre 2007 è stato arrestato. Assieme all'architetto i finanzieri hanno portato in carcere anche il suo vice, Giovanni Angelo Mannino, 57 anni, cognato del boss Salvatore Inzerillo, ucciso nel 1981. L'arresto di Mannino conferma quanto ormai da mesi sta drammaticamente emergendo dalle indagini: dopo gli arresti e i processi che sembrano aver fiaccato i corleonesi di Riina e Provenzano, ai vertici di Cosa nostra sono tornati i «palermitani». L'architetto Liga è stato pedinato a lungo. Il 2 giugno 2009, durante la campagna elettorale per le Europee, al suo telefono è arrivata una telefonata dalla segreteria del presidente della Regione Lombardo. Erano le 11,25. Alle 14,50, l'architetto è stato fotografato dai finanzieri mentre entrava a palazzo d'Orleans, sede della presidenza della Regione, in piazza Indipendenza. Scrivono i magistrati della Direzione distrettuale antimafia: «Le indagini hanno accertato che nel periodo in cui l'indagato aveva acquisito il ruolo di reggente del mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo, Liga non ha trascurato il suo impegno politico». Il 3 giugno, Liga è stato intercettato mentre parlava dell'incontro col presidente della Regione a Marco Belluardo, assessore comunale di Catania e consigliere nazionale dell'Mcl: «Si, i fac-simili li avevo e... lui mi ha dato il resto....», diceva.

Antonio Fraschilla