«Aspettando Godot, una sfida che nasce dall'emarginazione»
VOGHERA. Estragone e Vladimiro non smettono di aspettare Godot. «I due personaggi nel dopoguerra erano il simbolo di un'umanità sterminata cui non rimaneva che attendere un futuro migliore. Oggi sono due emarginati come tanti che abitano i marciapiedi delle metropoli multietniche. Due extracomunitari in guerra per l'integrazione, due uomini che devono fare pace con i loro fallimenti»: il regista Lorenzo Loris parla cosi della sua nuova sfida, l'allestimento del testo di Samuel Beckett che nel 1969 valse all'autore il Nobel per la Letteratura e che martedi sera (ore 21) arriva sul palcoscenico del Teatro Arlecchino. Per affrontare il capolavoro, Loris si affida a Gigio Alberti (Vladimiro) e Mario Sala (Estragone).
«Con Mario Sala e Gigio Alberti realizzammo lo spettacolo 'I naufragi di Don Chisciotte" di Massimo Bavastro (premio critica 2002): erano due barboni che scappano da un centro di igiene mentale. Due personaggi vicini ai clochard di Beckett, un gioco d'attore in cui erano stati magistrali nel mantenere l'equilibrio tra dramma e comicità - racconta Loris -. Proprio quello che ci vuole per Beckett, che può risultare ostico. Il difficile è proprio trovare il registro giusto, la cifra deve essere quella dell'ironia. Beckett stesso, quando si lasciava andare, lo diceva: 'Non c'è niente di più comico dell'infelicità". Noi abbiamo cercato di interpretare il suo spirito. Lui non fa altro che buttarti in faccia quello che sei: ognuno di noi aspetta per tutta la vita qualcuno o qualcosa».
Aspettando Godot debuttò nei primi anni '50. Come lo si può leggere oggi?
«Il testo fu scritto subito dopo la seconda guerra mondiale. Descrive uno spazio desertificato in cui l'umanità è stata in gran parte sterminata, e i clochard ne sono il simbolo. Oggi le metropoli sono sovrappopolate, ma la solitudine è la stessa: il paradosso della solitudine in mezzo a una moltitudine».
Nel suo allestimento ci sono richiami alle nostre metropoli?
«Oggi la guerra non è esplicita come allora ma questo testo ci fa vedere il mondo con gli occhi di chi vive l'emarginazione. Gli extracomunitari che non hanno più appartenenza e non si integrano sono un po' Vladimiro ed Estragone. E c'è l'emarginazione in senso lato, quella di chi non riesce a far pace col proprio fallimento».
Come ha ideato la scena?
«C'è una pedana rotonda che rimanda alla circolarità del tempo tanto cara a Beckett, e l'albero è una di quelle colonnine in cui si fa colare il cemento armato. Su un grande schermo si vedono caterpillar al lavoro in un'area metropolitana. Immagini decontestualizzate, che restituiscono quel senso dell'attesa che è l'essenza del testo. Perché i due barboni (Vladimiro rappresenta l'azione, Estragone è la sua coscienza critica) aspettano che capiti qualcosa nelle loro esistenze: Dio o i soldi o una redenzione. È quello che succede a tutti».