Gerusalemme Est, Netanyahu torna a sfidare gli Usa
GERUSALEMME.Nessun passo indietro, quali che siano le critiche degli Stati Uniti e della comunità internazionale: Israele non intende fermare le sue attività edilizie negli insediamenti ebraici di Gerusalemme est, la parte a maggioranza araba della città. È questo il messaggio lanciato ieri dal primo ministro, Benyamin Netanyahu, malgrado una crisi di fiducia con Washington che l'ambasciatore Michael Oren non esita a tratteggiare in queste ore come «la più grave dal 1975», ossia da quando Henry Kissinger minacciò lo stop degli aiuti militari a causa di divergenze sul ritiro dal Sinai.
Una crisi a cui ha fatto da detonatore il via libera alla costruzione di 1.600 nuovi alloggi nel rione di Ramat Shlomo, annunciato di punto in bianco mentre il vicepresidente Joe Biden si trovava in visita nella regione per provare a rilanciare i negoziati di pace (ora di nuovo congelati dai palestinesi). I progetti a Gerusalemme est, ha ribadito Netanyahu al gruppo parlamentare del suo partito (Likud, destra, legato storicamente al movimento dei coloni), andranno avanti anche per il futuro, come sempre accaduto dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) in poi.
Si registrano tensione e scontri. Ieri almeno sette studenti palestinesi sono stati feriti alle porte di Ramallah mentre cercavano di superare un posto di blocco israeliano. «Non siamo sorpresi perché sappiamo benissimo che Netanyahu non vuole raggiungere la pace», ha dichiarato a nome dell'Anp (Autorità nazionale palestinese) Nemer Hammad, consigliere del presidente Abu Mazen (Mahmud Abbas), definendo «seria» la reazione americana al dossier di Ramat Shlomo, ma invitando a questo punto Washington a trasformare il suo «imbarazzo» in «atti concreti», in grado di «obbligare il governo israeliano» a fermare «la colonizzazione», pena l'impossibilità di avviare davvero i colloqui indiretti promossi con fatica dall'emissario George Mitchell. A indurre un ripensamento israeliano non sembra bastare neanche la sollecitazione esplicita di «una risposta formale» alle critiche recapitata dal portavoce del Dipartimento di Stato in una dichiarazione in cui pure si ribadisce la natura «strategica dell'alleanza» bilaterale.