Voghera, quando il rugby batte anche i problemi
VOGHERA. Si allenano nel buio disegnato per sottrazione dalle luci della pista di atletica, come carbonari dello sport. I pali ad 'H" ne autorizzano la presenza al campo Giovani, la passione fa il resto. Sono i tesserati del Rugby Voghera, che per giocare pagano pure.
I luoghi dello sport non sono solo gli stadi e i palazzetti, per i dilettanti spesso coincidono con molto freddo e poco pubblico, tanti sacrifici e soddisfazioni centellinate. Nessuno incarna meglio questo concetto di una squadra di rugby che parte dall'ultima categoria, la serie C territoriale, perché è l'unica che potrebbe affrontare con giocatori che sapevano poco o nulla di questa disciplina quando hanno cominciato.
I ruoli sono stati adattati alle caratteristiche di ciascuno, come farebbe il sarto con il vestito di un cliente. I più agili finiscono nel gruppo dei trequarti, i più massicci nella mischia. La taglia però non basta. «I nostri giocatori hanno tra 20 e 42 anni, e alcuni non hanno nemmeno mai fatto sport - dice il tecnico Daniele Luviè, ex giocatore di serie B ed ex Cus Pavia - . Qualcuno è venuto qui dopo aver visto il rugby in tv, altri perché da liceali del Galilei avevano affittato un campo a Medassino. Chi è rimasto lo ha fatto perché si è reso conto di non aver paura di sporcarsi né dei contatti».
Farli giocare insieme non è semplice, anche perché la squadra esiste solo dal luglio 2007: «La concentrazione e l'organizzazione di gioco non si improvvisano - dice Luviè - e in uno sport come questo paghi cara ogni distrazione». Le sconfitte non li spaventano: «Nella scorsa stagione abbiamo perso contro tutti, ma eravamo contenti lo stesso - dice il presidente Orazio Valle - . Il collante del gruppo è la voglia di stare insieme. Del resto il rugby è come la vita: hai un obiettivo e solo con l'aiuto degli altri lo puoi raggiungere. Non a caso Oscar Wilde chiamava il rugby il gioco degli scacchi in velocità».
Lo scrittore inglese non diceva però che in questo caso i «pezzi» mangiano anche. Il terzo tempo, il tipico dopo partita di ospitalità del rugby, è a base di pasta e birra e si celebra al Bon Bon-caffetteria di corso XXVII marzo.
Quello però viene dopo, prima ci sono i martedi e i giovedi sera di fatica nel recinto buio sottratto alle sette lampade della pista di atletica, un buio che nasconde anche le buche nel prato scavate dai martellisti.
Tutto questo però potrebbe scomparire per carenza di sponsor: «L'Iriense ci lascia utilizzare il campo Giovani, ma le utenze non ce le paga nessuno e ci costano più di 2.000 euro l'anno - spiega il vice presidente Vittorio Colombo - . Il Comune ci ha regalato i pali e ci ha appena dato un contributo di 319 euro, ma siamo costretti a far sborsare 185 euro a ogni giocatore per restare in piedi e le trasferte sono tutte a carico nostro. Quando siamo nati, con poche migliaia di euro raccolti nei bar abbiamo preso palloni e attrezzature, ora è dura». In queste condizioni, di sottrarre il campo al buio non se ne parla proprio.