Di Girolamo si dimette
ROMA.Alla fine, Nicola Di Girolamo lascia. Si dimette da senatore, rivendicando di volere «la verità» e di voler collaborare con i magistrati per «riscattare» il suo «onore» consegnandosi alla Giustizia. Il senatore Pdl, per cui i magistrati di Roma hanno richiesto l'arresto, comunica la decisione di voler lasciare Palazzo Madama con lettere al presidente del Senato Schifani, al presidente della commissione Esteri Dini ed ai vertici del gruppo Pdl. Sulle dimissioni ora dovrà esprimersi l'Aula del Senato, e lo farà a voto segreto, anche se Maurizio Gasparri ha annunciato già che il Pdl voterà a favore. Quando? Lo stabilirà mercoledi la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama; quasi sicuramente prima che l'Assemblea si esprima sulla decadenza dalla carica di Di Girolamo per irregolarità nell'elezione.
«Dopo tanto fango, dopo l'ignominia di un'esposizione mediatica che mi ha descritto agli occhi dei Paese come un mostro - usurpatore della politica e del mandato elettorale - credo fermamente che sia arrivato il momento della responsabilità e della verità dei fatti», scrive Di Girolamo a Schifani dicendosi convinto, con tono accorato, di doversi «rendere disponibile» ai giudici perché possano «davvero conoscere i contorni di una vicenda che non è tutta criminale e che potrà finalmente essere vagliata lontano dai riflettori e dal clamore delle prime suggestioni».
E gli «ordini» che Mokbel gli impartiva per telefono?: «Non ero consegnato anima e corpo. La frenesia della campagna elettorale - scrive - mi ha spinto a valutare poco e male». Di Girolamo si congeda anche dal gruppo Pdl. E ne «rassicura» i vertici: «Nel Gruppo non si è seduto un delinquente ma un cittadino che ha compiuto gravi ingenuità e leggerezze».
Le dimissioni vengono accolte bene dalle forze politiche. Di «un gesto apprezzabile» parla per l'Udc Gianpiero D'Alia. Nell'Idv si parla di «gesto doveroso», chiedendo che si affronti «la questione del voto elettronico degli italiani all'estero». (a.g.)