Aldo Ceccato: «Faccio musica da camera per non farla morire»

PAVIA. Ha 76 anni, e da quaranta dirige 'a bacchetta" musicisti di tutto il mondo, è stato direttore artistico di orchestre come la Filarmonica di Amburgo, la Detroit Symphony, la N.D.R. di Hannover, la Filarmonica di Bergen, l'Orchestra della Rai di Torino e quella dei Pomeriggi Musicali. Martedi (ore 21) Aldo Ceccato è al Collegio Borromeo di Pavia (insieme col soprano Daria Masiero) per il tradizionale appuntamento col 'Concerto di carnevale del Borromeo".
Per la serata al collegio Borromeo il maestro astigiano ha scelto un programma molto variegato, che passa dal barocco al classico al romantico, per arrivare ai giorni nostri e al Novecento storico di Francesco Paolo Tosti (con 'Marechiare" e 'A Vucchella"). Ci saranno Haendel, Mozart, Schubert e poi i 'nostri" Verdi, Bellini e Donizetti, con brani se non inediti, quanto meno poco conosciuti dal grande pubblico.
Maestro Ceccato, ha optato per un programma musicale insolito...
«Ho deciso di presentare al pubblico un lato poco noto di questi grandi e famosi compositori. Ovvero le loro creazioni da camera».
Cosa l'ha spinta verso questa scelta?
«Il desiderio di fare ancora musica da camera, e l'ennesimo tentativo di tenerla in vita. Il mio è come il grido doloroso di una situazione disperata».
Di quale situazione parla?
«Del deserto in cui è finita, in Italia, la musica da camera; sta languendo, si sta spegnendo come una candela, come tutta la musica classica del resto».
Intende dire che la musica in Italia sta morendo?
«Si è una vera tragedia, sul piano musicale si sta toccando il fondo, pur avendo dato i natali a quei geni di Verdi, Rossini e Puccini (i tre più gettonati) che ancor oggi tengono aperti i teatri di tutto il mondo».
E la colpa, secondo lei dove sta?
«Nella mancanza di cultura e sensibilizzazione. Tra il pubblico io vedo sempre e solo teste bianche, e la colpa non è delle nuove generazioni, piuttosto di chi le educa: la scuola fa pochissimo per insegnare la musica e la sua storia (che è poi la storia di un paese)».
Il pubblico italiano cosa preferisce ascoltare?
«Poco coraggioso nelle sperimentazioni, il nostro pubblico è principalmente conservatore e vuole ascoltare la Quinta Sinfonia di Beethoven o la Nona oppure la Patetica. Agli habituè, guai non offrire Mozart».
Come nasce l'idea di diventare direttore d'orchestra. E, prima ancora, quando ha scoperto la passione per la musica?
«A sei anni iniziai a suonare pianoforte. In famiglia non c'erano musicisti professionisti però tutti amavano e coltivavano la musica: mia madre cantava, mio padre aveva la passione per il violino e noi cinque figli suonavamo ciascuno uno strumento diverso. Mi diplomai al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e nel 1950 vidi dirigere al Teatro alla Scala il grande Victor de Sabata, che poi sarebbe diventato mio suocero. Per me fu una folgorazione, decisi che quella era la strada che volevo percorrere».
Mentre studiava composizione e si perfezionava a Berlino, lei si mise a suonare anche jazz.
«Certo, il jazz porta a un'apertura mentale e a un'elasticità che la musica classica non può dare. Poi il piano mi sembrò un po' limitato, cosi mi concentrai sulla direzione: l'orchestra è uno strumento vastissimo, dai timbri amplissimi. Conoscere tutti gli strumenti e gli uomini che li suonano è di enorme importanza, per fare buona musica».

Chiara Argenteri