Truffa in banca, clienti risarciti


PAVIA. Sessanta conti correnti 'saccheggiati": almeno la metà degli intestatari, quasi tutti pavesi, chiesero i danni. A distanza di tempo dal patteggiamento a 3 anni di Fabrizio Piovani, bancario di Pavia e impiegato della «Cesare Ponti» di Milano, arrivano i primi risarcimenti.
Il Tribunale di Milano, sezione civile, ha condannato Piovani e la «Banca Cesare Ponti» a pagare 108mila euro a due ex clienti pavesi, che come altri si erano affidati al bancario, seguendolo dalla banca di Pavia fino a Milano, e si erano ritrovati con il proprio conto corrente alleggerito da prelievi che loro non avevano mai fatto. Avevano chiesto, attraverso il loro legale Massimo Marmonti, 450mila euro di risarcimento, compreso il danno morale, esistenziale e biologico conseguente a quella 'scoperta", ma il giudice ha ritenuto di concedere loro una cifra inferiore. I risarcimenti legati a quella vicenda di falso e truffa - che aveva visto il bancario movimentare, secondo le accuse, circa cinque milioni di euro da un conto all'altro dei clienti della banca per fare investimenti ad alto rischio - sono comunque cominciati. Nella causa civile, che si è conclusa pochi giorni fa, erano stati citati anche altri clienti, tra Pavia e Milano, che avevano in qualche modo beneficiato di quegli investimenti, con denaro spostato sul loro conto corrente. Il giudice, però, ha ritenuto che non ci fosse, da parte di questi clienti, un concorso di colpa. E' stata invece riconosciuta la responsabilità della banca per omesso controllo, oltre che dell'impiegato. Fabrizio Piovani era stato accusato (e per questa accusa aveva patteggiato) di avere falsificato moduli relativi ad operazioni bancarie attribuite a clienti dell'istituto di credito. In questo modo Piovani aveva gestito per anni i soldi e i conti correnti di numerosi clienti, pavesi e non, utilizzando il loro denaro per versamenti a rischio. Il denaro, circa cinque milioni di euro, sarebbe stato trasferito poi su una banca svizzera: della vicenda, per questo, si era occupata anche la magistratura elvetica, che aveva ipotizzato il reato di riciclaggio.

Maria Fiore