E' a Nazaret, non gli credono


«All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino».
Nel Vangelo della quarta domenica del Tempo Ordinario Luca continua la narrazione della prima predica di Gesù nella sinagoga di Nazaret e ci riporta le reazioni degli abitanti del posto. Gesù parla con autorità, indica se stesso come il Salvatore, colui che libera i prigionieri, guarisce i malati e solleva i poveri dalla loro triste condizione. Le sue parole suscitano però lo sdegno, a tratti violento, degli ascoltatori.
Non è forse quello il figlio di Giuseppe? E come si permette di fare il maestro? Per i nazaretani l'inviato di Dio non può essere uno di loro, uno che conoscono, uno che vedono ogni giorno.
La storia si ripete anche oggi. Non vogliamo anche noi segni o indicazioni straordinari per poter obbedire a qualcuno? Anzi, spesso ci facciamo scivolare addosso la Parola senza ascoltarla perchè ci obbliga a pensare, a confrontarci con noi stessi, a metterci in discussione. E allora, a quella Parola, anche se la sentiamo vera cioè capace di scandalizzarci e di scuoterci, non diamo autorità. Chiudiamo le orecchie. O, peggio, continuiamo ad ascoltare tutto il resto (il mondo chiassoso e parolaio che ci circonda) senza mai dare retta a Gesù.
Tutti sono profeti: dal primo che passa in tv all'ultimo cantastorie del circo mediatico, ma Gesù non può essere profeta in patria. Lui va al nocciolo, al senso delle cose. Ci chiede conversione, ci invita alla fatica quotidiana del cambiamento. Noi rispondiamo con l'incredulità. Siamo sempre lontani, sempre da un'altra parte; siamo indaffarati, presi (cioè catturati, prigionieri) dalle cose concrete.
In fondo, quello è soltanto il figlio del nostro vicino di casa... del falegname... Perchè prestargli attenzione? E in questo modo lo allontaniamo dalla città, dal nostro cuore, dalla nostra vita. Lo vediamo come un nemico, non lo andiamo a cercare nelle chiese nè tra i poveri, i malati, i dimenticati, i sofferenti.
Rifiutiamo il suo amore perchè siamo incapaci di amare; perchè amare è una responsabilità troppo grande, un fardello troppo pesante. Ma davvero vogliamo continuare cosi? Davvero preferiamo il quieto vivere e il silenzio? Gesù ci chiama. Il suo messaggio può salvarci, può regalarci la felicità. La sua voce di padre ci fa bene. E questa pagina di Vangelo ci insegna che dobbiamo avere voglia di stare con Lui, di cercarlo, di andarlo a trovare. Proprio come si cerca un amico, una persona che amiamo.
Invitiamolo a casa nostra, usciamo con lui la sera, chiamiamolo per confidarci, per aprire il nostro cuore. In fondo non è lontano da noi. Gesù, il figlio di Giuseppe, quello della falegnameria giù in centro. Non puoi fare finta di non conoscerlo.
*caporedattore de «Il Popolo», settimale della Diocesi di Tortona

Matteo Colombo*