«Io, cattivo di carattere»

VIGEVANO.È un avvocato rampante sul ring di un salotto parigino dove due coppie, all'apparenza civili e progressiste, col pretesto di chiarire una lite tra i figli gettano la maschera e si sfidano in uno spietato gioco al massacro. Dopo tanto cinema (La meglio gioventù, La bestia nel cuore, Caravaggio, Non avere paura), Alessio Boni torna a teatro con 'Il Dio della carneficina", cattivissima commedia di Yasmina Reza, smaliziata scrittrice di sangue iraniano di gran moda nei teatri francesi. La pièce replica stasera al teatro Cagnoni; accanto a Boni ci sono Silvio Orlando, Anna Bonaiuto e Michela Cescon, diretti da Roberto Andò.
Alessio Boni, come si sente in questo ruolo?
«L'avvocato rampante e spietato, un po' antipatico e spaccone, che non guarda in faccia nessuno pur di raggiungere i suoi scopi è l'esasperazione di un modello del giorno d'oggi, e io sono orgogliosissimo di rappresentarlo. La sua brutalità sta nelle telefonate che fa».
Cioè?
«Alain, a differenza di tutti gli altri, si rivela fin dall'inizio per quello che è: non gliene frega niente di stare li, il suo mondo è il cellulare e ci vive attaccato, del resto non ha alcuna ideologia, nella sua spietata disonestà è 'onesto", non indossa alcuna maschera. Cerca per tutto il tempo di uscire dal cerchio, in modo chiaro, anche se non ci riesce. Ed è un personaggio assolutamente realistico, non sa quanta gente viene a fine spettacolo e mi dice: 'Mio marito è cosi!" 'mio fratello è cosi!"»
Sta forse dicendo che Alain è un carattere positivo?
«Basta vederla dal suo punto di vista: è attaccato al suo lavoro e alla smania di successo, secondo la sua personale etica tutto è concesso, l'importante è vincere la causa. È chiaro che appare come il più cinico dei quattro protagonisti, ma paradossalmente sarà il più sincero, perché mentre negli altri personaggi ci sarà un'evoluzione e un'esplosione graduale di violenza repressa, in lui avverrà quasi il contrario, ci sarà un'implosione e una sorta di annichilimento venendogli a mancare l'oggetto più importante per il suo lavoro, il telefonino. L'importante, per quanto mi riguarda, è imparare ad amare il mio personaggio (nonostante sia distante dal mio modo di pensare) e credere in quello che dice».
Il Dio della carneficina è una metafora del nostro tempo?
«Non lo so, certo è che questo testo mi piace perché è un gioco teatrale in cui il chiacchiericcio si trasforma in analisi approfondita: la Reza scoperchia con cattiveria l'inferno che si nasconde dietro ogni relazione che sembra 'a posto". La commedia è farsesca e tragica, il pubblico ride, ma con sadismo, con un'adesione che ci ha sorpreso».

Chiara Argenteri