LADRO O GRANDE RIFORMATORE? NON FU NÉ QUESTO NÉ QUELLO...

Hammamet, tomba di Bettino Craxi. Sul registro, tra le decine di migliaia di firme di visitatori, anche quelle di Christian De Sica, Gerry Scotti e Francesco Totti. Difficile supporre in questi casi un omaggio consapevole al «riformatore» o un'intenzione politica «riparatrice» per lo statista maltrattato dalla sua nazione. Il gesto di apporre quella firma sembra più figlio di una forma spontanea di «turismo umanitario». Si firma quel registro un po' come si vergano le proprie iniziali su un monumento storico, forma sofisticata dello stesso impulso. Chi e cosa sia stato Craxi non importa sapere: è stato, merita omaggio. E' stato grande, si può accostare il proprio nome al suo. Fine della storia. Una storia semplice, se la storia, quella vera, fosse semplice.
Milano, città che fu di Bettino Craxi. Sotto l'insostenibile fatica di una duplice ma non doppia verità, quella di Craxi insieme «latitante» ed «esule», il sindaco Letizia Moratti pensa di intitolare una strada a suo nome. Rovesciamento speculare di quel che l'Italia «sentiva» quando Craxi fuggi. Allora senso comune e ufficiale dicevano: «E' stato soprattutto un ladro, anche se riformatore e riformista, queste ultime due cose più per astuzia che per cultura». Oggi senso ufficiale e comune dicono: «Fu soprattutto riformatore e riformista, anche se ladro. Ladro più per necessità che per vizio». Entrambe non sono versioni estreme ed estremiste della storia, sono storia sbagliata.
Tanto riformista e riformatore in realtà Craxi non fu. Il suo riformismo può essere riassunto al 90 per cento in due obiettivi. Primo: far fuori politicamente i comunisti. Era la pre condizione politica per un riformismo di governo. Craxi lo capi e si fermò li: gettò insieme il seme mai germogliato del riformismo socialista e quello, rigogliosamente fiorito con Berlusconi, dell'anticomunismo come unica «forma» del riformare e governare. Secondo obiettivo: contare con il 10 per cento dei voti come fossero il triplo. Quel che fa oggi Bossi, ha fatto ieri Rifondazione, farebbe domani Di Pietro. Il metodo «Ghino di Tacco», collocarsi nella gola stretta da cui deve passare ogni governo e li esigere pedaggio. Non proprio una «grande riforma».
Tanto ladro Craxi non fu, neanche quello. «Rubare per il partito» e rubare in proprio.
Craxi consenti entrambe le attività. Controllò, assegnò e maneggiò molto denaro da tangenti. Non risulta ne sia rimasto tanto attaccato alle sue mani. Non risulta nulla sia rimasto attaccato.
Roma, Parlamento e dintorni. Di Pietro avverte Napolitano: attento a quel che dici su Craxi. Di Pietro che come la Moratti narra una storia troppo semplice per essere vera. Del suo tempo Craxi fu uno dei più abili e svegli. Riformista incerto riguardo alla società, di certo riformatore dei rapporti di forza tra Psi, Pci e Dc. Ladro «ambientale» perché cosi «facevano tutti».
Oggi che cosi fanno proprio tutti, politica e società civile concordi nel pensare i soldi pubblici finanziamento «naturale» di interessi privati, resuscita senza mai essere svanito davvero il rispetto per l'abilità, la prontezza dell'agire.
Evapora il riformismo debole e l'adattamento perfetto alla «corruzione ambientale». E' «normale», direbbe Totti, che l'Italia di oggi riaccolga Craxi. Non fu peggiore della sua epoca. E l'Italia che è venuta dopo di lui, grazie un po' anche a lui, è peggiore di quella di Craxi.