Rosa Muscio, il pm «silenzioso» cambiò idea
VIGEVANO.Sorrisi rari, parole meno ancora. Il pubblico ministero Rosa Muscio non ha mai concesso niente al processo mediatico. Trentotto anni, bresciana di famiglia lucana, è alla procura di Vigevano dal 2003 ed è prossima a fare le valigie. Il Csm ha accolto la sua richiesta di trasferimento al tribunale di Milano e, tra qualche mese, quando il cambio di sede diventerà operativo, lascerà le indagini sui reati penali per dedicarsi a giudicare controversie civili. Il suo canto del cigno alla procura di Vigevano è però il processo che ha portato il nome di Garlasco in tutta Italia. Rosa Muscio è il sostituto procuratore che ha condotto l'inchiesta sull'omicidio di Chiara Poggi e che in aula, affiancata dal collega Claudio Michelucci, ha sostenuto l'accusa contro Alberto Stasi chiedendo la condanna a trent'anni.
L'aula è l'unico luogo dove il pm silenzioso espone i risultati del suo lavoro e di quello degli investigatori. Senza enfasi, senza impennate di tono, senza scomporsi anche quando è costretta a tornare sui suoi passi e rivedere anche aspetti importanti dell'impianto accusatorio. Gli esiti delle perizie e delle analisi scientifiche hanno infatti indotto a cambiamenti in corso d'opera, come lo spostamento in avanti dell'ora del delitto, o hanno riservato sorprese, come quando il Gip decise la scarcerazione di Stasi ritenendo non sufficienti gli indizi raccolti dalle analisi dei Ris. In quell'occasione pare che l'imperturbabile pm Muscio abbia sfoderato le unghie chiedendo spiegazioni agli investigatori. Sempre, naturalmente, senza lasciare trapelare nulla.
A parte il leggero nervosismo che traspare quando deve attraversare, tra la folla di giornalisti, la piazzetta che separa la procura dal tribunale prima di entrare in aula. Qui, davanti al giudice, il pm Muscio mette in campo tutta la sua meticolosità e tenacia, attitudini ereditate dalla professione di funzionario di polizia esercitata prima di diventare magistrato. E anche se gli esiti delle perizie inducono a qualche deviazione di percorso, la meta non cambia: era partita ipotizzando la responsabilità dell'imputato e ha finito chiedendo 30 anni di carcere. (l.g.)