Un "pizzino" nello stomaco del boss inchioda il clan gelese degli Emmanuello

PALERMO.Come nella macabra trama di una crime fiction, la prova è spuntata fuori durante l'autopsia. E grazie a un pizzino, ingoiato dal boss prima di essere catturato, gli inquirenti hanno ricostruito il business del clan gelese degli Emmanuello che aveva spostato nel Continente il centro dei suoi affari. E' cosi che pazientemente la polizia, decifrando il bigliettino, trovato nello stomaco del capomafia Daniele Emmanuello, ha messo insieme gli elementi che hanno inchiodato 41 persone: gregari, picciotti e insospettabili imprenditori tutti legati alla 'famiglia". Il pizzino conteneva infatti i nomi di alcuni affiliati e gli appalti che facevano gola al clan. Gli agenti della mobile di Caltanissetta, anche grazie alle rivelazioni del pentito Fortunato Ferracane, sono riusciti a tracciare il quadro delle attività illecite della criminalità organizzata gelese degli ultimi otto anni, sgominando la rete di collegamento che il clan aveva realizzato con il Nord, scegliendo Parma come base operativa. Nella città emiliana si era trasferito Salvatore Terlati, uno dei luogotenenti di Daniele Emmanuello. Il braccio destro del padrino, con la complicità di alcuni imprenditori gelesi che operavano sul posto (i fratelli Infuso e gli Alabiso), era riuscito a mettere in piedi una lucrosa attività di caporalato, piazzando, a imprese del Nord, manodopera specializzata (saldatori, tubisti, carpentieri) proveniente da Gela.