«L'Italia tra i paesi più a rischio»

ROMA.«Al tavolo delle trattative il governo italiano dovrebbe tenere ben presente che la nostra penisola è tra i luoghi geografici che risentiranno di più dei cambiamenti climatici. E che davanti al riscaldamento globale saremo fisicamente in prima linea». A Copenaghen ai lavori del vertice come responsabile clima ed energia del Wwf, Maria Grazia Midulla punta l'indice contro la «politica fallimentare» seguita sinora dall'Italia in tema di riduzione delle emissioni di anidride carbonica.
-Da Kyoto a oggi abbiamo fatto poco contro l'effetto serra?
«Pochissimo. E anzi, rispetto agli altri partner della Ue, stiamo facendo passi indietro. Non abbiamo piani, non abbiamo strategie d'investimento. Siamo fuori dalla nuova economia che dovrà rivoluzionare i consumi e portarci verso lo sviluppo sostenibile. Eppure, assieme agli equilibri del pianeta, c'è in ballo anche il futuro del territorio su cui viviamo. L'Italia si sta giocando le Alpi e gran parte dei suoi litorali».
- La bozza danese, non ancora approvata, prevede che la Ue tagli le proprie emissioni del 30 per cento entro il 2020 e del 50 entro il 2050, a patto che gli altri paesi industrializzati facciano altrettanto. Potrebbe bastare?
«È una bozza debole anche perchè quel 30% non sarebbe un target effettivo. Noi invece riteniamo che il primo taglio debba essere di non meno del 40%. Del resto il punto è che non C'è più tempo per discutere. Gli scienziati sono stati fin troppo chiari. Nel 2017 il picco delle emissioni dovrà cominciare a scendere o l'innalzamento delle temperature non potrà più essere contenuto e sforerà i due gradi: con le catastrofiche conseguenze previste e in parte già in atto».
- I paesi arrivano al vertice con posizioni diverse. Ci saranno molti capi di Stato. Quali sono i margini per un accordo globale?
«Per ora i segnali sono ancora misti e alcuni sono molto positivi. Ad esempio quello venuto dal Sudafrica che ha annunciato una deviazione dallo scenario attuale di emissioni del 34 per cento. Ma molto dipenderà dalla questione degli aiuti ai paesi emergenti. Nel complesso credo che da Copenaghen possa uscire un accordo con molte parti vincolanti. E anche se potrà esserci necessità di un secondo passo, molto lavoro può e deve essere fatto qua nei prossimi dodici giorni». (n.a)