«L'Italia resiste alla crisi in apnea»


ROMA.Occupazione e consumi in caduta, crescita degli squilibri territoriali, economia sommersa e fisco da record. L'Italia descritta dal Censis nel 43esimo rapporto annuale, è un Paese impoverito e in difficoltà per la crisi economica che però regge «replicando» a oltranza il suo modello tradizionale (meno finanza, banche territoriali, piccole imprese e ammortizzatori sociali). Un'Italia che dunque resiste ma non crea e che vive in apnea. Ma che dalla crisi non ha imparato granché: secondo il Rapporto quel «non saremo più come prima» è cambiato in «siamo sempre gli stessi».
Il Censis tira le somme di quest'anno di crisi confermando che sul fronte dell'occupazione si contano le perdite più dolorose: più di 760 mila posti di lavoro cancellati tra licenziamenti e messa in mobilità hanno fiaccato la resistenza delle famiglie italiane. Non è un caso che un terzo dei nuclei familiari ammette di non arrivare a fine mese e ha dovuto attingere ai propri risparmi (il 51% ha almeno due redditi). Il settore maggiormente colpito è l'industria della trasformazione (42%) seguito dall'edilizia (15,1%).
Accanto alla riduzione dei consumi, la crisi ha imposto una modifica di abitudini alimentari tali da «stressare» le famiglie. L'83% taglia il superfluo e acquista principalmente beni essenziali: il 40% riduce gli sprechi e un'analoga percentuale è più attenta a scegliere prezzi e offerte convenienti. Tuttavia il 15% ammette di essere costretto ad acquistare minori quantità e un 17% si accontenta di cibi di qualità inferiore. Un milione e 50 mila famiglie risultano in condizioni di povertà alimentare (il 4,4% del totale) con un enorme divario territoriale tra il Nord e il Sud. Regioni come Veneto, Lazio, Toscana e Trentino Alto Adige hanno quote di famiglie in povertà alimentare inferiori al 3%. Tra il 6,2% e il 10% sono invece le quote relative a Sardegna, Sicilia, Calabria e Basilicata.
L'Italia fotografata dal Censis appare anche come un Paese di forti squilibri economico-sociali. A partire dall'accresciuto peso dell'imposizione fiscale (ora al 42,8% su salari e stipendi) tra le più alte in Europa (sei punti oltre la media continentale). Lo squilibrio consiste nel fatto che solo il 2,2% dei contribuenti dichiara più di 70 mila euro l'anno. La metà dei contribuenti dichiara invece al Fisco un reddito che si ferma sulla soglia dei 15 mila euro e il 31% che non supera i 26 mila. Il reddito medio dichiarato è di 18.373 euro mensili. Secondo le stime del Censis l'economia sommersa rappresenta quasi il 20% dell'intera ricchezza prodotta in Italia: qualcosa come 275 miliardi di euro. Sono i segnali di evasione ed elusione fiscale.
Il disagio sociale, fortemente «territorializzato», evidenzia come il gap tra province del centro nord e quelle del sud e delle isole sia profondo. Contesti definiti problematici (con indici riferiti tra l'altro a disoccupazione, fallimenti, reddito, sofferenze bancarie) risultano Palermo, Agrigento, Matera, Lecce, Caserta, Crotone, Vibo Valentia e Caltanisetta. Quelle con indici bassi di disagio sociale sono Trieste, Aosta, Belluno e Siena.
Tra i tanti problemi analizzati emerge quello riguardante la situazione sullo stato di manutenzione di scuole, acquedotti, ospedali e fognature. Ebbene, quasi la metà delle 42 mila scuole, secondo il Censis, non dispone attualmente di un certificato di agibilità.

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