«Per i risparmiatori italiani il livello di rischio è quasi nullo»
MILANO.Il rischio Dubai per l'Italia è limitato e quasi nullo per i piccoli risparmiatori. Diverso è l'elemento di rischio riconducibile alle imprese italiane coinvolte nei faraonici progetti edilizi e turistici o nel comparto del lusso. Federica Miglietta, docente presso il dipartimento di Finanza della Bocconi di Milano ha le idee molto chiare: «Pur essendo l'Italia un partner importante per Dubai, i rischi sono limitati. I paesi più esposti nel caso di default di Dubai World e dell'emirato in generale sono gli Stati Uniti, il Regno Unito e l'India. Secondo i dati comunicati all'Ice (l'Istituto per il commercio estero) a Dubai lavorano alcune delle principali aziende del comparto costruzioni, da Astaldi a Ansaldo Energia, Belleli, Snamprogetti, Saipem, Tenaris, Tecnimont, Italimpianti, Danieli, Nuovo Pignone, delle public utilities come Enel, Telecom Italia, Fiera Milano, della difesa come Finmeccanica, per arrivare al mondo delle assicurazioni (Generali) e al lusso con Luxottica, Armani, Versace, Cavalli, Poltrona Frau».
La speranza è l'intervento degli altri Emirati, soprattutto di Abu Dabhi?
«I cugini, che hanno risorse petrolifere molto consistenti e una gestione molto più accorta delle loro finanze, sono già intervenuti e credo che siano pronti a evitare il fallimento del Dubai. Diverso è il capitolo dei fondi e delle società che possiedono partecipazioni in giro per il mondo: oltre a Dubai World, bisogna considerare Dubai International Financial Center, che controlla la Borsa di Dubai e la Dubai Investment Corporation».
Si corre il rischio di una sorta di bad company?
«Gli altri membri della Federazione possono decidere di spingere il Dubai a liquidare le società possedute da Dubai Word e Dubai Capital Investment. In questa eventualità c'è il rischio reale di effetto domino in particolare sulla piazza finanziaria londinese dove i fondi dell'emirato di Mohammed bin Rashid Al Maktum sono effettivamente consistenti».