Carlo II, ritratto di un piccolo orfano destinato al governo di un impero
PAVIA.Continua al Castello il ciclo di conferenze che illustra i dipinti più significativi della mostra 'Da Velázquez a Murillo". E' la volta, sabato alle 16 nella sala conferenze, di Luciana Gentilli che parlerà del ritratto del piccolo Carlo II di Barnuevo. L'abitino coperto di pizzi e dai colori sgargianti è un bell'esempio di moda francese del secondo Seicento che in Spagna si impone velocemente per l'abbigliamento infantile e femminile. Il bambino è colto in un contesto luminoso e solare. La finestra aperta lascia intravedere un giardino, la Casa de Campo, se come probabile ci troviamo in una stanza dell'Alcázar, lui sorride e appare divertito ma è circondato da una selva di emblemi: lo sovrasta l'aquila degli Asburgo che indica la sua dinastia; un leone, simbolo di regalità, lo affianca coprendo con la zampa il mondo e reggendo con l'altra lo scettro; il piccolo tiene in mano, come fosse un giocattolo, la bengala, la canna d'India insegna del supremo comando militare, e gli pende dal collo il Toson d'oro: due oggetti che anche nei ritratti del padre Filippo IV non mancano mai. C'è preoccupazione, in realtà, intorno al bambino: è rimasto orfano nel 1665, a quattro anni d'età, e suscitano ansia i suoi problemi fisici e il sospetto del ritardo mentale. «Frutto dell'ultima copula portata a termine da suo padre», come sentenzia una storiografia che gli è stata sempre impietosamente ostile, dovrà governare la Spagna e il suo impero. L'esito sarà, a suo modo, tragico: morirà senza figli nel 1700, e in mancanza di eredi si scatenerà la guerra di successione che porterà sul trono di Spagna la dinastia dei Borbone, tuttora regnante. Nella solarità del quadro e nell'ingentilimento vistoso dei tratti fisici dell'ultimo degli Asburgo di Spagna (in particolare del suo prognatismo esasperato, degenerazione di quello paterno), Sebastián Herrera Barnuevo, pittore di corte, disegna un riratto che non è espressione di fiducia nel futuro, ma di un auspicio, di una speranza greve di preoccupazioni. E la sua sceltà è divergente da quella del pittore di camera successivo, Carreño de Miranda (che avrebbe avuto l'incarico dal 1671), il quale riproduce sulla tela i difetti fisici del re senza infingimenti.