Quel voto che segnò lady Fanfani


PAVIA.«Se mia figlia vivrà, ti prometto che dedicherà la vita a soccorrere i poveri». Quel voto pronunciato dalla madre in uno dei cameroni del San Matteo di Pavia accompagnò il destino di quella bimba di un anno. Superò la polmonite che nel 1923 era pericolosa fino alla morte e ora a oltre ottant'anni la chiamano «Lady Hayat», colei che porta la vita oppure le tributano il nome di «Lady non stop», titolo che ha dato anche alla sua autobiografia appena uscita. Eppure a quella solenne promessa pronunciata in ospedale la tenace Maria Pia Tavazzani di Pavia diventata poi Fanfani inizialmente ha cercato di opporsi in tutti i modi. Nata a Pavia, figlia di donna Ida Carmeloni e papà Carlo Tavazzani, ha vissuto in città fino all'adolescenza tra «studio, obbedienza e disciplina», come dice lei. Studentessa dell'istituto Bordoni a Pavia, amava la vita spensierata e voleva seguire le orme del fratello Attilio che era «bello, sportivo, posseduto da un'incontenibile forza creativa». Guidava un'Alfa Romeo rossa e amava sfrecciare per le strade non asfaltate del Pavese. «Del mio periodo a Pavia mi viene in mente soprattutto un mio cugino - dice Maria Pia Fanfani - Si chiamava Lino Tavazzani, stimato professore universitario. Lui mi diceva che avevo una faccia egiziana e tra tutti ero io quella che aveva il timone della famiglia». Probabilmente era vero, ma Maria Pia Fanfani a quei tempi pensava a ben altro: «Ero tutta proiettata verso Milano. Mio fratello Attilio aveva messo in piedi un'azienda tessile e io volevo stargli al fianco. Guidava l'areo, aveva un allevamento di cavalli e quel bolide rosso che amava far rombare sulle strade». Ma quella era un'altra Maria Pia che ben poco ascoltava i consigli di sua madre: «Mamma non voleva che vivessi nella grandeur e nel benessere. Mi diceva: 'Tu hai già troppo, cerca di dare qualcosa di te stessa a chi ne ha bisogno". Questo non lo accettavo granchè e, andando a vivere a Milano da mio fratello, inizia a cercare l'indipendenza. Studiavo a Brera, giocavo a golf, nuotavo in piscina, leggevo, anche se dentro di me c'era sempre quest'idea di spendermi per gli altri. Davo i soldi per i bisognosi a padre Parini, che allora diceva messa all'Angelicum. Un giorno lui mi disse: 'Non basta, voglio che sia tu a farlo"». Cosi iniziai a portare di persona aiuti nelle soffitte».
Da allora non ha più smesso di essere messaggera di speranza. Nel '42 si sposa con l'ingegner Giuseppe Vecchi e fonda la sua prima associazione umanitaria «First help». Rimasta vedova, nel 1973 incontra Amintore Fanfani, due anni dopo lui le dice: «Se ci sposiamo, niente Jaguar, niente golf, niente casa a Crans e niente viaggi». Lei non ha alcun dubbio nel dirgli si sull'altare e iniziare il cammino per diventare un'altra Maria Pia.
Nel 1983 diventa presidente del comitato nazionale femminile della Croce Rossa, incarico che le consente di moltiplicare i suoi progetti umanitari. L'elenco dei luoghi dove ha portato aiuti è lunghissimo, una mappa del mondo in 208 missioni, ma è inutile chiederle se c'è qualche posto in cui avrebbe voluto portare aiuto e non c'è riuscita: «Devo dire per forza di no. Sono sempre partita. Quando si è scatenata la guerra in Rwanda, la situazione era talmente pericolosa che tutte le organizzazioni umanitarie lasciavano il Paese. Erano le 7 di sera, c'era il telegionale che raccontava di una missionaria con 55 bambini da salvare. Mi voltai verso Amintore e dissi: 'Vado io". Lui cercò di dirmi che avevano chiuso le frontiere, ma non sentii ragioni. Io sola ho idea di quello che ho sofferto e fatto, ma sono riuscita a portare quei bambini in Italia. Ora hanno 25 anni, vanno all'università e sono tornati in Rwanda dove adesso abbiamo creato scuole, orti, laboratori artigianali e molto altro».
Quanto ha contato la fede in tutta questa vita spesa per gli altri? «Non avessi avuto la fede non sarei viva. Mi sarei buttata in cose spericolate. Prego molto, sono devota alla Madonna e ogni giorno mi metto nelle mani della Provvidenza. E' la preghiera che mi dà la forza di andare avanti».
Arrendersi non è parola del vocabolario di Maria Pia Fanfani, del resto è impossibile volgere lo sguardo altrove quando chi ha fame e bisogno non è un numero da statistica, ma un volto conosciuto. E lei, Lady Ayat i bambini dell'Africa denutriti li ha tenuti in braccio con amore, cosi come ha abbracciato le donne ferite della Bosnia, i poveri del Mali, della Boliva, del Costa Rica, delle Filippine, del Senegal e l'elenco potrebbe continuare seguendo il filo dei drammi del nostro mondo. Ha pagato di tasca sua ben sette navi cariche di aiuti, con i suoi gioielli venduti da Sotheby ha pagato ben tre anni di interventi umanitari. Fu madre Teresa di Calcutta ad esortarla ad abbandonare i preziosi ricordi di famiglia: «Quelle perle sono vere? - le chiese la piccola suora - Bene, la venda insieme a tutti gli altri gioielli che ha a casa». Maria Pia mise tutto all'asta, ora sfoggia solo le 14 decorazioni guadagnate con le missioni di pace. Non tutti però sono disposti a donare o possono farlo: «In un momento di crisi come questo le Onlus hanno difficoltà a a fornire aiuto a chi ha bisogno. I poveri aumentano e di conseguenza aumenta anche il mio lavoro. Riceviamo tutti i giorni telefonate che ci fanno piangere. Il mio è un lavoro duro, colmo di amarezza: chiedere ai ricchi per dare ai poveri è faticoso e a volte umiliante, ma la gioia che tu dai a chi non possiede nulla, non ha prezzo. Resto cosi ferita quando busso alle porte e ricevo un no di risposta. Comunque io non mollo. E lo dico anche a nome delle tante Marie Pie che nel mondo aiutano gli altri».
Nel libro lo sterminato elenco delle persone che si sono schierate al fianco delle sue operazioni umanitarie scorre di pari passo con la sua vita. E tutt'oggi grazie a loro, l'associazione «Sempre insieme per la pace» riesce a dare da mangiare quotidianamente a ventimila persone. Al fianco ha l'ambasciatore Onofrio Solari Bozzi e la vice Cristina Valesani, ma è ancora lei a tirare le fila: «Ora non viaggio più, ma le forze le trovo ancora. Mi sento ancora come una ragazza e per fortuna il mio cervello funziona ancora bene. Leggo molto, lavoro otto ore al giorno. L'unico svago che mi concedo è un'ora di nuoto».
Per il resto Maria Pia va avanti e sembra trovare il tempo per tutto, anche per scrivere la sua autobiografia chiedendo per l'ennesima volta aiuto per sconfiggere l'indifferenza, l'arroganza, l'ingiustizia: «Ho scritto questo libro perchè volevo dare una risposta al grido di dolore che mi arriva ogni giorno e per ricordare i tanti amici che mi hanno permesso di portare scampoli di speranza». Nel volume c'è una sferzata a governi e istituzioni, ma anche un invito a seminare la pace perchè guerre, povertà e dolore da sempre camminano insieme: «Papa Giovanni mi indicò i pilastri su cui si deve fondare la pace: verità, giustizia, amore e libertà. A questo bisogna puntare». Nel libro Lady Ayat racconta i pontefici che ha conosciuto «il grande intellettuale Paolo VI», il «pastore angelico Pio XII», ma anche le cene a pollo bollito e pastina con Papa Wojtyla convalescente dopo l'attentato. Quando conobbe Giovanni Paolo II si scrisse sulla mano una frase in polacco per potergliela ripetere. Fanfani si stupi di sentir parlare in polacco, non il papa che prendendo la sua mano le disse: «Mi ha insegnato una cosa che farò anch'io quando non conoscerò la lingua».

Linda Lucini