E il Muro crollò come una lapide
ROMA Erano passate da poco le otto e mezzo della sera del 9 novembre 1989 quando gli ufficiali delle Grenztruppen der Ddr, la polizia di frontiera della Germania Est, in assenza di indicazioni dal governo e dai comandi decisero spontaneamente di aprire i valichi del Muro.
E lasciarono che la gente confluisse liberamente dalla Berlino comunista in quella occidentale. Quel recinto era stato voluto da Kruscev e da Ulbricht nel 1961 per frenare la fuga di cervelli dall'Est verso l'Ovest, ma aveva preso il significato di un confine fra le due Europe uscite da Yalta. Trentun anni dopo quel confine si sbriciolava come un monumento funerario. Il rumore di fondo, quella notte, furono gli applausi e i canti dei due popoli divisi, ma anche il picchiettare delle Trabant, le utilitarie della Germania Est, che si avventavano sui posti di transito ormai abbandonati dai soldati tedeschi e da quelli russi. Prima si apri il valico della Bornholmer Strasse, poi il famoso Checkpoint Charlie, l'Heinrich-Heine strasse, l'Invaliden strasse.
E tutti gli altri. Le telecamere di tutto il mondo registravano l'euforia del momento, la gioia, la città che sfidava la notte per salutare i Wessis, i cittadini dell'Est, che piombavano sulla città degli Ossis. Presto gli uni e gli altri avrebbero scoperto le difficoltà della convivenza, ma in quel momento chi ci pensava? I wessis correvano lungo la Kurfuesterdamm, la principale arteria della Berlino occidentale, toccando fisicamente i simboli del benessere che prima vedevano quasi clandestinamente alla Tv di Stato.
Tutti capirono che il crollo del Muro significava la fine dell'Impero comunista, che l'ultimo zar, Michael Gorbaciov, aveva lasciato implodere. Nello stesso modo Egon Krenz, il leader della Ddr che era venuto dopo Honecker, aveva lasciato che il suo paese si sgretolasse da solo. Prima della caduta del Muro a Berlino Est c'erano state, ed erano state tollerate, manifestazioni contro il regime, la cui caduta fu di portata epocale. Finiva cosi il confronto fra le due principali ideologie che avevano animato il ‘900, il 'secolo breve", e cominciavano molti problemi per i vincitori. Tutti esultanti a parole ma in realtà assai preoccupati dalle conseguenze che una eventuale riunificazione tedesca avrebbe portato all'Europa, spingendone a Est l'asse portante. Ci voleva cautela.
Nella notte del 9 novembre la disparità fra le ansie consumiste dei Wessis e la loro disponibilità finanziaria faceva impressione. La gente si accalcava intorno alle edicole per comprare Otto e Quelle, i cataloghi di vendite per corrispondenza che in passato circolavano sotterraneamente anche all'Est con l'aspetto di un libro dei sogni, ma che anche adesso, con la libertà, rimaneva tale. I nuovi tedeschi erano accecati dalle luci, dalle vetrine stracolme, dalle auto di lusso, dal decoro e dal buongusto dell'Occidente. Nei cinque lander della Repubblica democratica tutto era grigio e sbrecciato, con le ferite della Guerra mondiale ancora aperte. Come superare quel gap? Le ricette erano molte. Molti pensavano che prima di una riunificazione si sarebbe dovuta creare una confederazione, con due valute distinte. Helmut Kohl compi la scelta definitiva: unificazione sotto il segno del marco, che sarebbe diventato la base dell'Euro, facendo pagare a ognuno di noi il prezzo di una operazione storica che adesso, vent'anni dopo, sembra realizzata. O quasi.