Lodo Alfano, fumata nera alla Consulta
di Natalia Andreani
ROMA. È cominciata ieri alle 18 l'attesa per la sentenza della Consulta sulla costituzionalità del Lodo Alfano. I quindici giudici sono entrati in camera di consiglio dopo un'udienza pubblica durata poco più di due ore e il verdetto potrebbe arrivare già oggi o al più tardi entro domani.
Ad aprire la discussione, dopo un minuto di silenzio per le vittime di Messina, è stato il giudice relatore Franco Gallo. Un intervento asettico in cui Gallo ha illustrato i motivi dei tre ricorsi presentati dai Tribunali di Milano e Roma contro le norme che consentono la sospensione dei processi a carico delle prime quattro cariche dello Stato: il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, i presidenti di Camera e Senato.
Riassumendo le posizioni davanti ai colleghi e al presidente della Corte, Francesco Amirante, Gallo ha spiegato che per i ricorrenti il lodo Alfano rappresenta «una irragionevole eccezione al principio di uguaglianza davanti alla legge», che è un «principio fondante» dello stato di diritto, e una lesione di altri diritti costituzionalmente garantiti, come il diritto delle parti alla difesa e ad un giusto processo: e questo nonostante le modifiche apportate al primo testo, quello che prese il nome di Lodo Schifani e che la Corte bocciò nel 2003.
Non solo. I giudici di Roma e Milano contestano anche il fatto che i reati congelati siano antecedenti all'assunzione della carica istituzionale e per giunta di qualunque natura e gravità. Ma a non andare sarebbe anche la strada - una legge ordinaria - scelta per varare un provvedimento che incidendo su prerogative di rango costituzionale doveva invece essere votata dai due rami del parlamento con doppia lettura e approvazione finale a maggioranza assoluta.
Dopo Gallo hanno preso la parola i legali di Berlusconi, schierati al gran completo, e l'avvocato dello Stato Glauco Nori che stavolta (era parte civile nel processo Mills) ha difeso gli interessi del Presidente del consiglio. Ma prima di ascoltare il collegio di difensori la corte si è ritirata in camera di consiglio per decidere se ammettere o meno l'intervento in giudizio della Procura di Milano. E la risposta è stata un no che non è affatto piaciuto al costituzionalista Alessandro Pace, incaricato dell'intervento per conto della Procura di Milano ed escluso cosi dall'udienza.
Quindi è toccato agli avvocati Nicolò Ghedini, Gaetano Pecorella e Pietro Longo illustrare alla Corte le ragioni del premier. E Ghedini ha sostenuto con foga la piena legittimità della legge. «Perché se è vero che la legge è uguale per tutti, non è detto che lo debba essere anche la sua applicazione», ha detto Ghedini sostenendo che il lodo non blocca le indagini, ma solo i processi e che vi sono altre leggi ordinarie dello stato a differenziare il trattamento fra cittadini e ministri.
Pecorella, invece, si è soffermato sull'elezione del premier che a suo dire sarebbe ormai diretta espressione della sovranità popolare. «Con la nuova legge elettorale il premier non può più essere considerato al pari degli altri parlamentari, com'era nel 2004, ma un primus super pares», ha detto Pecorella sostenendo che pertanto non si possono accampare disparità di trattamento.
Sull'esito della partita nessuno azzarda previsioni. Ma tra le ipotesi non si esclude quella di una parziale bocciatura che possa lasciare spazio a un lodo ter, a un nuovo scudo per salvare il presidente.