Progetti, cosi si battono i talebani


di Laura Lezza
HERAT.La base di Camp Arena dista 15 km da Herat. Li fuori c'è un altro mondo. Le auto blindate attraversano velocemente la lunga strada che porta alla città. Non più militari, mezzi blindati, check point, sabbia, filo spinato. Qui ci sono donne nei burqa azzurri che camminano ai lati della strada, a piccoli gruppi, o con un bambino aggrappato alla mano che esce dalla stoffa plissettata. Volti intensi di donne con il trucco nero come il velo che hanno sul capo, uomini ai lati di officine e negozi di frutta e verdura, bimbi scalzi, pelle scurita da sole e polvere.
Taxi, Corolla bianche, quelle degli attentati, risciò a motore. Negozi che vendono aquiloni e anche tailleur e gioielli, bigiotteria e pezzi di ricambio per qualcosa. Li in mezzo a quel mondo e a quella tensione c'è un'altra base, un presidio militare piantato nel cuore della città. Si chiama Prt, Provinciale Reconstructional Team. L'organizzazione cioé che assiste il governo afghano e si occupa di sicurezza, di assistere la gente, di sviluppo economico e sociale, di ricostruzione nell'intera Regione Ovest dell'Afghanistan, quella sotto il controllo italiano.
Il comandante della base è il colonnello Michele Brandonisio, incursore. È lui che che deve interfacciarsi con le autorità locali, partecipa alla shura, la riunione con gli 'elders", gli anziani delle tribù e famiglie, alle cerimonie locali. Incontra, parla, discute, studia, valuta.
Il Prt, come spiega il comandante «deve essere in mezzo alla gente. Un'organizzazione fatta di 200 militari, vista, vissuta dalla gente. I contatti sono a 360 gradi con autorità politiche, civili, religiose, militari». Al Prt respirano e conoscono il territorio, con i suoi costumi, leggi e contraddizioni. Annusano gli umori e creano relazioni. Cercano di riempire quello spazio vuoto lasciato dal governo in mano agli 'insurgens", di togliere loro terreno, di strappare un cordone ombelicale forte. A colpi di progetti e di aiuti.
Si è appena conclusa una riunione con il sindaco di Herat Salim Traki, un businessman eletto da poco tempo, molto determinato. «All'inizio c'è stata una grande aspettativa della popolazione afghana nei confronti della comunità internazionale. Poi tali aspettative sono state in parte deluse. Ma ora, passo dopo passo, le cose sono cambiate. La popolazione vede la presenza degli italiani e i progetti che stanno portando avanti con molto interesse e rinnovata aspettativa. I cittadini di Herat, la stragrande maggioranza, vedono gli italiani come gente che vuole aiutarci. Non conquistarci. Attraverso i progetti che si portano avanti e concludono».
Ogni giorno ci sono oltre cento afghani che richiedono una visita dai medici dell'esercito italiani, nel centro PRT di Herat. Diecimila visite da aprile. Donne con il burqa, con i figli, anziani e ora anche uomini, padri che accompagnano i bambini. Gente che cerca le medicine, il supporto, la cura.
Le donne, decine, aspettano il loro turno. Soldati e soldatesse vanno fuori, contano le richieste. Poi la perquisizione, si entra. Le donne spostano il burqa dal viso, chiedono medicine, consigli. Il primo caporal maggiore donna, che in pochi mesi ha voluto imparare l'afghano, fa da interprete. I medici militari visitano, guardano, prescrivono. Non sembra di essere nel cuore di Herat, dove due ore prima una bomba esplosa vicino alla moschea ha provocato ieri la morte di due bambini. «Non facciamo la guerra, noi!», sorride il comandante. Al Prt i militari fanno progetti.