Papà non c'è più, con chi giocherò a pallone?


di Roberta Rizzo
MILANO.«Come faccio a tornare a scuola, lo sanno tutti che è morto papà, ora mi prenderanno in giro. Adesso con chi giocherò a pallone?». Nelle parole di Martin, figlio del parà Antonio Fortunato, c'è tutto il dramma che sta vivendo. Davanti alla psicologa Debora Niccolini, che segue la famiglia in lutto, il bimbo di 7 anni ha comunque espresso il desiderio a scuola e già ieri mattina era al suo banco. «La vita scolastica aiuterà il bambino in questo difficile momento», ha detto Oliviero Appolloni, direttore dell'istituto scolastico.
Le reazioni dei parenti dei sei militari morti in Afghanistan sono unite dalle lacrime e dal grande rispetto per le vittime cadute in missione. Ma a patire di più il distacco sono i figli diventati orfani in tenera età.
Con gli occhi lucidi e il volto sofferto, Ippazio Ricchiuto, fratello di Davide, giunto a Tiggiano, nel profondo Salento, per stare con la famiglia, dice: «Sono orgoglioso di lui, era felice di quello che faceva e della sua scelta di vita. Era testardo, non si fermava davanti a niente, tant'è che lo chiamavano Rambo. Ci telefonavamo spesso ma ultimamente lo avevo sentito diverso, come se fosse preoccupato. E' successo a lui quello che è accaduto a tanti altri ragazzi che indossano la divisa. Forse era destino».
E di orgoglio parla anche la signora Lucia, mamma di Roberto Valente. Seduta nella sua casa nel quartiere Fuorigrotta di Napoli, non trattiene la commozione: «Si, sono orgogliosa di mio figlio, in tutti i sensi. Prima di partire per l'Afghanistan mi ha detto - Mamma, resta sempre la nostra quercia -. Ora risento la sua voce e non mi sembra possibile che non lo vedrò mai più. Roberto aveva scelto di andare ma questa era la sua ultima missione perché ha un bimbo piccolo che ancora non sa nulla e chiede di vedere il papà, cercando le foto. E' stato un distacco troppo duro. Mio figlio era un soldato con la S maiuscola», ha continuato la mamma parlando davanti ai giornalisti, «e ai militari in missione dico solo una cosa: cercate di uguagliarlo in tutte le sue azioni e pensieri. Dallo Stato cosa mi aspetto? Facciano quello che vogliono, però non posso dire ai militari che sono ancora a Kabul di tornare a casa».
In un'altra casa, a Solarussa, in Sardegna, le luci sono rimasti accese per tutta la notte. Greca Mura, madre del primo caporal maggiore Matteo Mureddu, è duramente provata e al suo fianco, ad aiutarla c'è una psicologa dell'esercito. A dare conforto alla famiglia anche il generale Sandro Santroni che ha dovuto dare lui la triste notizia della morte del giovane militare. Il fratello di Matteo, Stefano, anche lui parà della Folgore (che ha prestato servizio nel contingente italiano in Afghanistan sino alla primavera scorsa), ha raggiunto la Sardegna per stare vicino ai genitori.
Commozione e disperazione anche a Lubriano, vicino Viterbo, paese nativo di Giandomenico Pistonami. «Mio figlio non era entusiasta di tornare in Afghanistan. Prima di partire per la sua ultima missione, il 4 maggio scorso, lo aveva confidato a noi e ai suoi amici. Il pericolo era sempre in agguato e spesso, a causa del protrarsi delle operazioni militari, i soldati dovevano sopportare fame e stanchezza». A parlare è il padre del giovane paracadutista. Non si dà pace. E un amico di Giandomenico aggiunge: «Se avesse ascoltato il suo istinto, forse sarebbe ancora vivo».