Sant'Alessio adesso vuole riprendersi il riso «scippato» dai veronesi
SANT'ALESSIO.Riproporre la coltivazione di una varietà di riso nata agli inizi del Novecento nell'alto pavese e per troppo tempo dimenticata. Recuperare la produzione del riso nero vialone, genitore del carnaroli e dell'arborio, memoria storica del nostro passato agricolo che ora vuol essere valorizzato. Un'idea che si è già trasformata in una bozza progettuale che il Dipartimento di Ecologia del territorio dell'Università di Pavia ha presentato ieri durante il convegno organizzato dal Comune di Sant'Alessio all'interno della tradizionale sagra del riso. Protagonisti il riso nero vialone e la cascina Vialone di Sant'Alessio dove ha avuto origine il vialone nano, chiamato cosi per la bassa taglia della pianta e la cui coltivazione si è particolarmente diffusa nel veronese e nel mantovano. E proprio Verona, più di dieci anni fa, aveva ottenuto il marchio Igp, denominazione protetta, scippando a questa parte del pavese un prodotto di cui la paternità resta a Sant'Alessio. Ora il piccolo centro alle porte di Pavia, persa la certificazione per il vialone nano, ci prova con il vialone nero, il cui nome dipende dal colore violaceo, quasi nero della spiga. Intende recuperare la coltivazione di questa varietà per anni abbandonata e lo fa con il prezioso contributo dell'ateneo pavese. «E' un discorso complesso - spiega Francesco Sartori, vicedirettore del dipartimento di Ecologia del territorio -. Il nostro obiettivo è quello di recuperare un prodotto che punta a un mercato di nicchia».
Ed ecco che una parte dei terreni della cascina Vialone verranno riservati al pregiato capostipite dei risi superfini. «Nella cascina Vialone - spiega il sindaco Alberto Rusmini - verrà ricostruita la pianta originaria e proveremo a recuperare un pezzo della nostra storica identità agricola». Le sementi del vialone nero sono conservate presso l'Ente nazionale risi, dove vengono mantenute in purezza campioni di semi delle varietà risicole coltivate in Italia. «Utilizzeremo le sementi originarie, ma la produzione dovrà avvenire in un contesto territoriale adeguato - precisa Sartori - che si deve basare sulla sostenibilità e sulla salvaguardia della biodiversità. Pensiamo a un ambiente di interesse naturalistico, una vetrina territoriale qualificata - conclude -. Pensiamo alla fitodepurazione, a ricostruire i filari attorno ai campi e a limitare l'uso dei fitofarmaci».
Stefania Prato