Crisi degli orafi, troppe divisioni
VALENZA. L'appello risuona forte e chiaro nel cubo di vetro del Palaexpo: «Partecipate, fate squadra. Se le imprese orafe valenzane vanno avanti con questo individualismo, sono fritte». Non usa giri di parole, il presidente dell'Associazione orafa Bruno Guarona. Lo scenario è l'incontro con Federorafi e gli imprenditori del settore di martedi sera.
«Bisogna risvegliare i presenti, fare sistema - continua Guarona - su quattrocento iscritti all'Aov, perché solo cento hanno aderito al marchio impronta orafa di Valenza, introdotto da pochi mesi?». Il richiamo all'unità è anche, diciamo cosi, strategico, in vista degli appuntamenti fieristici. Un tasto dolente, come sottolineano gli imprenditori nella sala di vetro, che scintilla sotto il sole radente di settembre: «Le Fiere devono parlare un linguaggio unico - interviene uno - noi abbiamo difficoltà a partecipare a tutte le iniziative, si deve razionalizzare: nel mondo ce n'è una ogni quindici giorni. È insostenibile». «Le Fiere in Italia sono come gli aeroporti: troppe, eppure i fondi ci sono e quindi si fanno. È questo, purtroppo, l'andazzo nazionale», commenta con una battuta il presidente di Confindustria Federorafi Antonio Zucchi. Il nodo, come chiarisce Stefano de Pascale, direttore di Federorafi, sta nel fatto che le risorse pubbliche del settore «vengono disperse in mille rivoli: Regioni, Camere di Commercio, Province e Comuni che le assegnano alle Fiere. E a noi arriva poco e niente». Ma come si fa, allora, a razionalizzare? «Siamo sempre li, ci vuole una strategia comune - spiega Guarona- Vicenza fa tre fiere all'anno, troppe. Noi abbiamo già ottenuto che quella di gennaio vada da sabato a giovedi e non da domenica a domenica, era eccessivamente oneroso. Il punto è che andrebbe abolita quella di giugno. A breve, comunque, avremo un incontro con l'Ente Fiera di Vicenza e metteremo sul tavolo tutti questi problemi. Ma è fondamentale che le imprese valenzane partecipino di più all'associazione». Zucchi snocciola uno per uno i risultati ottenuti dalla collaborazione tra Federorafi e Aov, e detta le linee guida delle prossime sfide. Le priorità sono la lotta alla contraffazione, il marchio «made in" e l'abbattimento dei dazi di esportazione. «Nel regolamento approvato dalla Commissione europea sull'obbligo di etichettare con il marchio del paese d'origine i prodotti di provenienza extra-europea, siamo riusciti a far inserire anche il settore orafo - chiarisce il presidente - ora aspettiamo l'approvazione del Consiglio europeo. In questo modo andiamo nella direzione di una maggiore tutela del Made in Italy dalla concorrenza di paesi come India o Thailandia». Poi, c'è la lotta alle barriere dell'export: «È una battaglia etica - spiega de Pascale - Un prodotto italiano esportato negli Usa viene caricato del sei per cento, del venti verso la Cina. Ebbene, noi abbiamo ottenuto che l'Unione europea sposasse la nostra causa, inserendo il comparto preziosi in una trattativa nell'ambito del Wto». Pochi, in sala, sono a conoscenza di questi passi avanti ('forse ci vorrebbe più comunicazione di quanto viene fatto", azzarda uno). «Vi ricordate la campagna di De Beers? - interviene un imprenditore - ora dovremmo far passare questo messaggio, che un diamante è per tutti. Il cliente medio infatti non è sparito, non facciamoci bagnare il naso da firme che vendono solo fumo. Insomma, facciamo venire voglia di comprare il prodotto orafo accessibile, spingiamo il marchio Valenza». Si rimanda alla Fiera di ottobre, per vedere se l'appello 'a fare sistema" non sia caduto nel vuoto.
Erica Manna