C'è da imparare dalle tute blu

Dopo più di quindici mesi di lotte balza alla ribalta in tutta la sua drammaticità il caso dei 49 operai dell'Innse che vogliono a tutti i costi salvare il loro posto di lavoro e con esso la dignità di chi, dopo aver dato chi dieci, chi venti, chi fin trenta anni della sua vita nel fare sempre al meglio il suo lavoro, non può accettare di essere rottamato. Solo gesti clamorosi danno visibilità a queste situazioni che ischiano di diventare la normalità.
La disperazione quotidiana di chi impaurito si sente emarginato ed inutile, ancora giovane e pieno di energie messo da parte in una società dell'apparire dove essere povero è una colpa ed una vergogna. Meno male che un poco di lotta di classe ci riporta alla realtà.
Un conflitto nato più di un anno fa, allora l'azienda era ancora in grado di continuare a produrre, aveva ancora commesse almeno per sei mesi (l'autogestione operaia tra luglio e agosto 2008 porta ad un fatturato di 200mila euro) invece la scelta del padrone la condannava al fallimento alla rottamazione e con lei gli ultimi operai rimasti. Da allora in completa solitudine, il più delle volte sotto assedio delle forze dell'ordine in assetto anti sommossa: li giorno dopo giorno, notte dopo notte i lavoratori dell'Innse hanno chiesto a tutti una risposta di buon senso ad una domanda semplice, semplice: «Perchè deve essere smantellata una fabbrica sana, unica in Europa a eseguire certe lavorazioni particolari, possibili soltanto con i macchinari presenti all'interno dell'azienda?».
Dalla politica dei palazzi nessuna risposta se non mugugni di fastidio, dalla Prefettura la compagnia delle forze dell'ordine dopo il «decreto di smontaggio» che difende (ci mancherebbe) gli interessi economici di un privato, ma gli interessi economici di quei lavoratori e di tutti quelli che potrebbero essere occupati in quell'azienda nel futuro, dello sviluppo industriale del territorio si insomma degli interessi pubblici chi se ne sta occupando?
L'unica fabbrica ancora in piedi in quella zona di Milano, viva per merito dei suoi operai, è proprio la Innse Presse, attiva dal 1970, confluita insieme alla Sant'Eustachio in Finmeccanica nel 1971, quindi nel gruppo Manzoni prima e, oggi, di proprietà di Silvano Genta, commerciante di rottami di Torino. Io ci sono andato a dare la mia solidarietà, invito tutti ad andarci forse abbiamo qualcosa da imparare da questi operai, soprattutto coloro che ritengono la «lotta di classe» e la conflittualità strumenti superati se non addirittura pericolosi. La solitudine, la disperazione e la perdita di identità questi si sono pericolosi. Il percepire che la società in cui vivi non sa dare risposte alle tue esigenze questo è devastante. Non so se gli operai della Innse a questo punto riavranno il loro posto di lavoro, ma se la negazione delle loro legittime richieste vorrà dire il trionfo della Legge, di certo sarà la sconfitta della Giustizia e delle Istituzioni.
Vittorio PozziCub, Pavia