Il giovane Henry e il fratello del fiume azzurro
PAVIA. Le nostre terre hanno ispirato tante pagine di letteratura. Si è lasciato suggestionare da questo tema anche il pavese Walter Vai, poeta in vernacolo e autore di libri sui personaggi e i monumenti della città nonchè di un romanzo e di una raccolta di racconti in lingua.
di Walter Vai
Aveva splendidi occhi verdi e folti capelli castani. Si chiamava Henry. Quel pomeriggio l'insegnante d'Italiano aveva dato agli alunni un tema da svolgere a casa; l'argomento sarebbe dovuto essere il fiume Ticino. Ma Henry non amava i compiti d'Italiano. Guardò per l'ennesima volta la finestra; l'apri un poco: il sole brillava in un cielo azzurro macchiato da qualche sparuta nube linda come un batuffolo di cotone. Era una giornata d'inizio aprile; l'aria era frizzante e gradevole. Si udiva l'intenso cinguettio degli uccelli; le fronde degli alberi stormivano dolcemente.
Si sentiva in gabbia.
In quel momento capi che la sua giornata scolastica sarebbe terminata anticipatamente.
Conclusa l'ora d'italiano avrebbe marinato. Usci, fermandosi poco dopo ad un bar. Sedette e ordinò una Coca Cola. L'apri e ne bevve un sorso. Sorrise e si guardò attorno: il centro di Pavia era dipinto dei colori della primavera.
Il profumo del Ticino era ovunque e gli raggiunse l'anima.
Si sentiva felice. E non sempre gli accadeva. S'incamminò sino al ponte Vecchio decidendo di fermarsi sul primo balconcino. Posò lo zaino a terra e si appoggiò alla ringhiera ad osservare il paesaggio: da un lato l'incantevole borgo basso, dall'altro i diversi imbarcadero, guardiani delle acque. All'orizzonte la boscaglia immersa nel cielo.
Le acque senza memoria scorrevano con un armonia fuori dal tempo. Ma era una musica infelice; la musica di un fiume quasi asciutto. Si morse un labbro agitando il capo, tristemente. D'un tratto scorse una nutria nuotare verso la riva.
Istintivamente allungò il collo per vedere meglio. Ma gli era quasi impossibile capire dove stesse andando. Corse verso gli scalini che conducevano di sotto discendendoli in fretta. Raggiunse l'arcata del ponte. E lo vide. Ancora. Era il vecchio. Il vecchio barbone. Quel vecchio barbone che ogni volta gli pareva lo fosse sempre più. Sempre più anziano. Sempre più alla deriva.
Il ragazzo si arrestò un istante inspirando intensamente. Un attimo di esitazione e si appressò.
L'uomo vestiva come il mese prima. Con gli abiti unti e stracciati; con un cappello sempre più sporco. Con scarpe bisunte e rotte di lato.
Dietro a lui un grande zaino ai cui lati stavano appesi una borraccia, una lampada, una pala, una minuscola scopa, una pentola e un mestolo.
Era seduto sulla riva e stava dando da mangiare alla nutria e ai pesci. Henry non capi. Anche stavolta qualcosa gli sfuggiva. Ma desiderava ardentemente comprendere, sapere.
Chiamò aria nuovamente e s'avanzò. Era vicino al barbone; molto vicino. Vicino ad un essere umano che stava naufragando. Un diseredato dalla società. Un uomo che viveva nell'anticamera della vita.
Che non aveva mai messo piede nelle altre stanze. No. Non l'aveva mai potuto fare. Ad Henry parve di percepire tutto questo. E qualcosa gli morse le viscere.
Il vecchio lo vide; per un istante gli occhi del ragazzo sprofondarono in quello sguardo remoto e lontano.
Accennò un sorriso, annui e ricominciò a lanciare il pane. Il ragazzino respirò ancora sentendo il profumo delle acque confondersi con il puzzo del vecchio. Arricciò il naso e fece una smorfia. Gli parve che fossero soli: lui, quell'uomo e il fiume. E che il fiume facesse parte di loro. Come non esistesse nient'altro. Fu sul punto di chiedere qualcosa, ma il vecchio lo anticipò. Grugni per poi esordire con voce roca: «Sei tornato, ragazzo».
Poi socchiuse gli occhi e li alzò verso il cielo. Serrò le labbra gettando nuovamente della mollica. Assenti amaramente fissando un punto indefinito di fronte a lui. Poi, indicando il corso d'acqua riprese con tono severo: «Il fiume era azzurro una volta. Ora non lo è più. C'erano molti pesci. Ora sono pochi. Adesso le correnti sono solo un mormorio sommesso, un tormento sordo. Il fiume sta morendo, ragazzo. Noi dobbiamo morire. Il fiume no. Il fiume non può morire. Per questo divido con lui quel poco che possiedo. Il Ticino è mio fratello, la mia famiglia».
Una pausa e un sospiro sconsolato. E il dolce borbottio dei vortici.
«Vai a scuola, ragazzo?»
«Si, signore...»
«Ti piace?»
«Non tanto...»
«Perché?»
«Non so...»
«Però ti piace il fiume, non è vero?»
«Si».
«Quanti anni hai?»
«Tredici, signore».
L'ombra di un sorriso gli accartocciò maggiormente il volto solcato dal tempo. Disse ancora: «Il fiume non ha età, ragazzo». E mentre si rimetteva in piedi aggiunse: «...E sei tu un signore, ragazzo». E se ne andò. Il campanile della chiesa di San Giovanni Nepomuceno batté le ore. L'arcata del ponte incorniciò il tramonto: il cielo era scheggiato di fiamme purpuree; nubi vermiglie ardevano. Il sole incendiava un Ticino adesso scintillante.
Henry capi che questa volta avrebbe fatto un buon tema.