Dal 2015 in pensione più tardi


di Vindice Lecis
ROMA. Dal prossimo anno le dipendenti pubbliche andranno, progressivamente, più tardi in pensione fino a raggiungere i 65 anni nel 2018. Dal 2015, per tutti l'età necessaria sarà legata alle aspettative di vita.
E si andrà, quindi, più tardi in quiescenza. Le proposte del governo, inserite nell'emendamento al decreto anticrisi, fanno insorgere le opposizioni che denunciano «il colpo di mano» parlando di mancanza di confronto. Oggi le misure saranno presentate dal governo alle parti sociali a Palazzo Chigi.
L'emendamento al decreto anticrisi all'esame della commissione bilancio della Camera prevede che per le donne del pubblico impiego - come stabilisce una sentenza della corte di giustizia europea - l'età della pensione passi da 60 a 61 anni sin dal prossimo anno. Proseguirà con l'aumento di un anno per ogni biennio (il secondo scatto è previsto nel 2012) fino ad arrivare all'età di 65 anni, stabilita già per gli uomini. Secondo l'emendamento governativo, i risparmi conseguiti dovrebbero confluire al Fondo strategico a sostegno dell'economia reale oppure in un fondo ad hoc per il welfare delle donne nel pubblico impiego.
Invece dal 2015 il governo sta lavorando ad una stretta che consentirà di aumenterà di almeno tre mesi l'età pensionabile per tutti grazie all'adeguamento dei requisiti di età anagrafica per l'accesso alle pensioni. Un nuovo sistema collegato all'incremento alle speranze di vita calcolato dall'Istat. Il meccanismo, spiega il ministro Sacconi, prevede il «rafforzamento di uno strumento che c'è già e che riguarda l'entità della prestazione, vale a dire i coefficienti di trasformazione, aggiungendo anche una forma moderata graduale, analoga a una finestra che slitta in relazione alle aspettative di vita». Secondo il ministro il provvedimento sarebbe comunque «impercettibile per le persone». In pratica si tratterebbe di una «finestra mobile» di poche mensilità ogni cinque anni.
Non è persuaso il segretario della Cgil Guglielmo Epifani, secondo il quale i calcoli di Sacconi «aprono un problema di cui il governo non si è accorto» ossia «che c'è una connessione diretta con i coefficienti di trasformazione» che invece bisogna modificare. Favorevole invece la Uil. sono comunque convocateMa lo scontro si accende sull'aumento dell'età pensionistica per le dipendenti pubbliche. Per l'ex ministro del Welfare Cesare Damiano (Pd) l'emendamento «è inammissibile» ed è «un colpo di mano» mentre servirebbe «un confronto con le parti sociali per una riforma complessiva e condivisa». Durissimi i comunisti Ferrero (Prc) e Pagliarini (Pdci) che parlano rispettivamente di «ingiustizia e porcheria» e di «atto criminale» che toglie la possibilità garantita alle donne di andare in pensione prima «come misura compensativa di fronte alle minori e peggiori possibilità di accesso». Posizioni differenti si evidenziano all'interno del centro destra. Gabriella Giammanco, deputata del Pdl, invita il governo alla cautela considerando che l'ingresso delle donne nel mondo del lavoro è «troppo spesso portato in avanti» e che «l'attuale sistema previdenziale impedisce alle donne» di utilizzare al meglio la pensione di anzianità. Entusiasta invece Giuliano Cazzola, Pdl, secondo il quale in questo modo le donne «consolidano la contribuzione».