UNA RECITA BEN RIUSCITA MA INCOMBE IL NODO IRAN

Il vertice G8 dell'Aquila ha pienamente rispettato le aspettative. Le quali erano riassumibili in tre punti: a) non si prenderanno decisioni specifiche e vincolanti su alcun tema; b) si impiegherà utilmente il tempo per conoscersi meglio fra responsabili di grandi e meno grandi Paesi; c) i leader e i loro assistenti tratteranno le questioni che contano in colloqui privati.
A copertura di queste tre attività fondamentali, e per dare un senso alla presenza dei giornalisti, sono stati prodotti documenti e dichiarazioni in buona quantità e su svariati argomenti di notevole interesse: dalle risposte alla crisi economica globale alla questione del cambiamento climatico, dall'Africa alla sicurezza alimentare e altro ancora.
Si è avuta cura di non produrre nulla di cogente o comunque di verificabile. In questo il successo è stato probabilmente superiore alle aspettative.
Per quanto riguarda i punti b) e c) - la sostanza del vertice - proviamo ad arrischiare qualche osservazione dall'esterno. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, era atteso al suo primo G8 non solo dall'opinione pubblica ma dai suoi omologhi.
Ha brillantemente corrisposto alle attese più alte. Si è rivelato al solito calmo, preparato, carismatico e disposto ad ascoltare. Il G8 sembra il formato per lui ideale. Non richiede impegni precisi, mentre premia autorevolezza, buone maniere, intelligenza veloce e abilità retorica, qualità nelle quali Obama eccelle.
Il nostro Silvio Berlusconi, veterano dei G8 tanto da considerare «bambini» i colleghi partecipanti, pur compiendo un visibile sforzo di autolimitazione gestuale e verbale è ormai noto a tutti e da tutti preso per quel che è.
Nessuna sorpresa. Molte conferme. Quale l'esibita freddezza della signora Merkel, che non riesce a frenare l'insofferenza per il capo del nostro governo. Nuovo invece, perché finora non aveva avuto occasione di manifestarsi in pubblico - salva la breve parentesi della visita di Berlusconi alla Casa Bianca - il distacco di Obama verso il leader ospitante. Marcato indirettamente dal ditirambico elogio pubblico di Napolitano, svolto dal presidente degli Stati Uniti nelle sale del Quirinale.
Infine, nei colloqui privati un posto importante l'ha certamente avuto il Medio Oriente. Specie l'Iran. Qui è prevalsa la prudenza di Obama. Il quale non può ritirare la mano appena tesa alla Repubblica Islamica. Nemmeno se significasse stringere quella di Ahmadinejad, responsabile dei brogli elettorali e delle repressioni tuttora in corso.
La Francia avrebbe forse inclinato verso una linea più radicale, soprattutto per non incentivare in Israele il senso della propria solitudine e giustificarne un attacco preventivo nei confronti dell'Iran.
In ogni caso il nodo sarà sciolto in un senso o nell'altro - negoziato vero o sanzioni più dure, se non guerra - entro la fine di quest'anno.
La tappa intermedia sarà l'insediamento del «nuovo» presidente iraniano, in agosto, e la formazione del suo governo. Se dopo tali adempimenti formali non si riuscirà ad allestire una trattativa seria, tutti dovranno rivedere l'attuale cautela e prendere decisioni difficili. Considerando anche che l'instabilità domestica potrebbe impedire ai leader di Teheran di curarsi di altro che della propria sopravvivenza politica e fisica.