In salvo attraverso i tetti con la famiglia
di Anna Cecchini
VIAREGGIO.«Ludovico vieni, dammi un bacio». Quando gli mettono il figlioletto sulle gambe ferite e doloranti Massimo guarda quel bambino paffuto come se fosse l'unico, insostuibile motivo per stare al mondo. Perché lui quel figlio l'ha salvato.
È riuscito a tenerlo stretto fra le braccia nella folle corsa sui tetti per scappare dalle fiamme che lunedi notte hanno inghiottito intere famiglie di via Ponchielli. Massimo Gigliotti è uno dei tre feriti della strage della stazione che sono ancora ricoverati all'ospedale Versilia a Lido di Camaiore. Sua moglie e il piccolo Ludovico sono usciti indenni dalla tragedia, e adesso stanno bene.
Massimo, Valeria e il figlio di 17 mesi abitano al civico 28 di via Ponchielli e sono riusciti a scampare alla sciagura solo perché hanno scelto una via di fuga alternativa alla strada che corre sotto le loro finestre. Ricoverato con due costole incrinate, una rotta, alcune escoriazioni alle gambe e, da ieri, anche quello che lui chiama «un addensamento ai polmoni» a causa della grossa quantità di gas inalato, Massimo ripercorre la storia di quella notte passandosi di continuo le mani sugli occhi e tra i capelli, come a voler lavare via anche l'ultima immagine dell'orrore a cui è sfuggito. «Stavamo per andare a letto - spiega - e Valeria ha sentito un odore di gas, che in un attimo ha invaso la casa. Abitiamo al primo piano in via Ponchielli e dalla finestra ho visto una nube bianca che rotolava verso di noi».
Una corsa al piano superiore, per prendere Ludovico dal suo lettino, e poi la decisione di andare in mansarda. «Una volta in soffitta - prosegue - abbiamo sentito l'esplosione. Ho guardato al piano sotto, nel soggiorno stava andando a fuoco». Cosi Massimo, titolare del negozio di parrucchiere 'Maxiva" su via Marco Polo, decide di portare in salvo Valeria e il piccolo Ludovico. Prende un mobiletto, lo mette sotto il lucernario della mansarda e sale sul tetto. In braccio il bambino, dietro di lui la moglie, Massimo comincia a correre. Corre sopra le case di via Ponchielli, salta di tegola in tegola. «Poi vedo una tettoia - ricorda come se sognasse - e penso che sia resistente. Invece deve aver ceduto, e sono precipitato. Ho stretto Ludovico e insieme abbiamo fatto un volo di due metri e mezzo. Appena arrivati a terra, sulla terrazza di una casa - dice ancora - ho guardato il bimbo. Non piangeva, stava immobile. L'ho scosso per vedere se reagiva. L'ho passato a mia moglie, ancora sul tetto da dove sono caduto, e ho gridato di scappare, di portare via Ludovico». Le scene successive Massimo le ricorda poco, come avvolte in quella nube di gas da cui stava scappando. Sa di aver scavalcato un muro alto per arrivare alla via Aurelia, dove i soccorritori lo hanno trovato privo di sensi, ma con il cuore forte di orgoglio per aver salvato la sua famiglia.