«Il salto? Una gioia se entri nel Cavo e ti lasci cullare»

PAVIA. Le nostre terre hanno ispirato tante pagine di letteratura. Abbiamo chiesto a un gruppo di scrittori pavesi di volersi cimentare sullo stesso tema. L'ha fatto anche Piersandro Pallavicini, vigevanese puro sangue (è nato nella città ducale nel 1962). Autore di narrativa e saggistica, ha da poco pubblicato 'African Inferno" edito da Feltrinelli. Collabora con le Edizioni dell'Arco di Milano curando una collana di libri di strada sull'Africa.

di Piersandro Pallavicini
La stradina aveva il fondo sconnesso ed era stretta, mio padre pedalava davanti, io lo seguivo. «Macchina!» mi gridava, quando avvistava una 124 o un'Ascona. Per lasciarla passare ci spostavamo sulla destra, dove il nastro d'asfalto finiva nelle erbacce alte. Ogni volta provavo un brivido: oltre la sponda d'erbe matte e soffioni c'era un fosso.
Era estate ed era pieno, l'acqua scorreva verde, densa, senza suono. «Se cado dentro muoio» pensavo. «Vado sotto e annego.»
Ma il cielo era azzurro intenso, l'aria si tagliava con il coltello, il sole era appena oltre lo zenit, erano le tre e mezza di un pomeriggio di domenica e se non passavano macchine potevo stare al centro della strada sentendomi in pace e senza un pensiero.
Non guardavo il canale, guardavo le risaie più in la, con gli steli verdolini già fuori dal pelo dell'acqua, e respiravo i profumi dell'aria. Erano diversi e migliori quando passavamo dentro l'ombra solida proiettata dai boschetti di pioppi.
Li, io rallentavo impercettibilmente la pedalata, raddrizzavo le spalle, lasciavo che il fresco mi desse la pelle d'oca sulle braccia nude e mi facesse più profonda la qualità del respiro.
Una coccinella rossa e nera mi si era posata sulla mano. Tenevo ben saldo il manubrio e speravo che la poca velocità della bici non la facesse volare via. Stava risalendo il polso e ora l'avambraccio.
Il movimento delle zampette sulla pelle era appena percettibile, e quel piccolo solletico mi piaceva.
Poi ci furono un paio di curve a gomito, e il fosso deviò altrove.
«Il Cavo Nuovo!» annunciò mio padre, girandosi verso di me e indicando un grosso canale che tagliava a perpendicolo la nostra stradina. Il ponte che ci passava sopra - lo vedevi li in fondo - era senza sponde.
Venti pedalate, dieci, c'eravamo. Terrorizzato, lo passai guardando l'asfalto sotto il copertone della mia ruota e non mi accorsi che mio padre aveva svoltato a sinistra, lungo il canale. Piegai anch'io, con una manovra all'ultimo secondo e il cuore in gola. La coccinella, spaventata, volò via.
L'incavo del Cavo Nuovo era di cemento, l'acqua color acciaio, immensa e veloce. La stradina gli correva di fianco senza nessuna distanza di sicurezza, ed era sterrata.
Li, sotto un sole che d'improvviso mi sembrava soltanto crudele, io pedalavo con gli occhi fissi sulla ruota posteriore di mio padre, senza respiro.
Facemmo poche centinaia di metri, poi lui si fermò, scese dalla bicicletta. «È il salto» disse. Il Cavo Nuovo in quel punto faceva un dislivello.
Piegava verso il basso di un metro e mezzo, con l'acqua che scendeva in una curva ripida, morbida, plastica. Non c'erano spruzzi, non era una cascata. Sembrava un salto d'acqua solida, disegnata. Ma il rumore che faceva era orribile. L'acqua mugghiava.
«Da ragazzi qui era sempre pieno di gente» disse mio padre. Io mi ero seduto sull'erba vicino alla bici e lo guardavo senza parole. «Si faceva il bagno. Se entri nel Cavo e ti lasci portare dalla corrente, il salto è una meraviglia. Andiamo?»
Feci forte di no con la testa. Non mi uscivano nemmeno le parole. Sgomento, lo guardai togliersi la camicia, i mocassini, le calze. Poi si mise a slacciarsi i pantaloni. «Ma non hai il costume» mi usci, e dovevo sembrare davvero sconcertato, scandalizzato, perché mio padre si mise a ridere.
«Da ragazzi il bagno si faceva nudi, forse un po' più da grandi in mutande.» E cosi appunto rimase. In mutande. Quelle che comprava per noi mia madre, uguali, stessa marca, soltanto taglie diverse. Bianche, di cotone, a costine.
«Io vado, ma guarda che è davvero una meraviglia» disse, intendendo: insomma vieni o no? Io alzai le spalle e scossi la testa di nuovo.
Anche mio padre scosse la testa. Poi sbuffò. «Da ragazzi ci venivamo tutti i giorni, d'estate. Dovresti provare. Almeno provare. Una volta, dico io.»
«Non ho il costume» dissi, aggrappandomi a quello. Lui sbuffò un'ultima volta, poi si girò di scatto, con rabbia, fece due passi e si tuffò dentro.
Io chiusi gli occhi. Io mi tappai le orecchie con le dita. Io nascosi la testa tra le ginocchia, e mi misi a pregare.