Italiani «brava gente», ma il passato non evapora
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L'unica indecisione pare riguardi la direzione di marcia: capire se procede dalla tragedia alla farsa o al contrario, dalla farsa alla tragedia. Certo che tra qualche anno, a sintesi di questo periodo, non mancheranno le immagini di Roma capitale politica della Repubblica che fa da sgabello al geniale e feroce cabaret di Gheddafi che - con il dito sul grilletto del distributore della benzina e del gas - detta legge a quella che, mezzo secolo fa, era la quinta potenza industriale del mondo. E tratta la Repubblica Italiana come se i crimini coloniali di Giolitti e di Mussolini le appartenessero. Come se fossero appena dietro l'angolo. Ma, in un certo senso, lo sono. Per il semplice motivo che con italiana noncuranza da noi non si fanno mai davvero i conti, con durezza e veridicità, con il passato. Con gli errori, gli egoismi, i crimini che vi si sono depositati. Non ripulendo mai il cortile di casa dalle macerie, non riparando mai con efficacia e risolutezza il sangue sparso e il danno compiuto a casa d'altri, non insegnando alle nuove generazioni la storia, anche la storia dei periodi crudi, quelli in cui gli italiani non sono stati affatto «brava gente», ci si mette alla mercè di chi, quando se lo può finalmente permettere, viene a chiedere il conto. Dobbiamo imparare - vale per i capitoli ancora aperti della nostra Storia, per la grande politica ma anche per le più minute vicende locali - che «la verità rende liberi». In politica la vittoria, a qualsiasi livello, non è mai un regalo. E' frutto di duro lavoro e di tempestive intuizioni ma, anche, di complesse mescolanze. Dove contano umori e rancori, interessi concreti ed emozioni entrate in corto circuito, percezioni di realtà e capri espiatori - come la vulgata degli extracomunitari che ci assediano e rubano il lavoro - costruiti a tavolino (o dietro la consolle televisiva).
In ogni caso per - si vinca o si perda - il fronteggiare la verità consente di seminare bene per il futuro. A questo compito sono chiamati tutti - vincitori e vinti - poichè, in questa provincia, l'abbarbicamento al passato, nelle cose più radicate e significative, è di immediata evidenza. Certo, l'arrivo al Mezzabarba di un volto nuovo e giovane può davvero essere un segno dinamico di mutamento, di sparigliamento di equilibri che si sono radicati da alcuni decenni. Cristallizzati anche negli apparati e nelle modalità di gestione. Ma accanto a questo non si può non vedere la democrazia azzoppata e l'arretratezza culturale che fa si che - nella Pavia universitaria, nella «città dei saperi» - nel consiglio comunale del capoluogo, al Mezzabarba, su quaranta consiglieri ci siano solo due donne. Questa è la misura di quanto le cooptazioni effettive del merito e delle capacità - in questo caso delle donne, quelle che vediamo operanti e decisive in tanti settori delle nostre comunità - non abbiano ancora varcato le soglie più significative della politica. E sarà interessante vedere se l'irruzione, in un sistema troppo a lungo gerontocratico, di un giovane sindaco come Cattaneo saprà attingere nelle sue prime scelte - a livello di giunta o di staff direttivo del Mezzabarba - a volti e a professionalità in rosa. Quelle competenze al femminile che, seppure in misura ancora molto ridotta, in alcuni Comuni della Provincia hanno visto eleggere, o rieleggere, delle donne alla carica di primo cittadino.
Ma la composizione del consiglio comunale di Pavia vede anche per la prima volta l'assenza di ogni voce della sinistra. La frammentazione delle varie liste e candidature in cui ognuno ha voluto sbandierare per lo spazio di qualche settimana la propria bandierina rossa, la propria biografia di militante, non è solo un errore politico. O un gesto di masochismo elettorale. E' la fotografia di un'assenza che ancora prima di registrarsi sugli scranni del Mezzabarba si è realizzata nel vivo del territorio dove pure non mancano nè un severo disagio sociale - si vedano le morosità nel pagamento delle bollette e degli affitti delle case popolari - nè una potenziale conflittualità frammentata in tante collocazioni. Però per ora non avranno voce nè lavoratori precari nè disoccupati giovanili e occupati dal destino incerto. Tantomeno collocazioni segnate dal mancato riconoscimento del merito, ad esempio per tanti giovani ricercatori. Per non parlare della morsa della crisi che si è stretta non solo sui lavoratori dipendenti ma anche sulle sempre più numerose partite IVA che, a sinistra, ci si intestardisce a guardare con sguardo sospettoso e sbilenco.
Su queste realtà non ha saputo certo far presa il partito democratico che a livello locale - con pochissime eccezioni territoriali - ha perso quasi ogni capacità di analisi e di proposta su un contesto che pure è da laboratorio, all'ennesima potenza, di una «questione settentrionale» prossima a implodere. Ma presso la leadership bicefala del Pd - gli ex-Pds e l'ex-Margherita - non hanno voluto guardare la realtà. Cominciando ad esempio a riconoscere i gravi inciamponi della giunta Capitelli. E mentre l'ala più rampante e innovativa attendeva che «passasse 'a nuttata» si è continuato l'ondivago procedere. Avanzando lungo le proposte confliggenti e contraddittorie che uno strato dirigente quanto mai distratto - forse perchè in altre faccende affacendato - ha dato ai «dossier» che via via sono venuti a emergere. Ad una settimana dai risultati elettorali è significativo l'avviso posto sul sito provinciale del Pd in cui si comunica che «non ci sono eventi ed iniziative in programma». Forse va bene cosi. Meglio il silenzio delle penose arrampicate sui vetri. La vita continua e la lotta politica anche. Prima o poi bisognerà ripartire. La verità sugli errori compiuti, sui compromessi subiti o imposti, sarebbe un buon inizio per cominciare a parlare non solo di sè, ma anche della realtà circostante. Chi comincia?