Frodi telefoniche e soldi ai terroristi Chiusi dieci phone center, 6 arresti
BRESCIA. Centralini aziendali saccheggiati dei codici da hacker filippini e phone center italiani che li riciclavano, forse per finanziare formazioni islamiche in Asia. La frode informatica scoperta dalla Digos della Questura di Brescia e dall'Fbi, é costata ad alcuni colossi statunitensi delle telecomunicazioni qualcosa come 56 milioni di dollari. Le indagini hanno portato all'arresto di sei persone.
Cinque persone sono state catturate in Italia, tra la Lombardia e le Marche, e una nelle Filippine. Ma sono stati chiusi anche 10 phone center a Brescia, Reggio Emilia, Ancona, Ascoli e Macerata. Si sta cercando di scoprire se e quanto la maxifrode possa essere collegata al contesto dell'eversione di matrice islamica. Esistono fondati sospetti che parte dei profitti possano essere stati destinati a finanziare organizzazioni contigue all'area del fondamentalismo islamico. Le prime convergenze con gli investigatori statunitensi sono emerse durante gli accertamenti, da parte della digos di Brescia, su alcuni cittadini pachistani parenti di alcune delle persone coinvolte negli attentati avvenuti a Madrid l'11 marzo 2004.
A questo va aggiunto che il denaro frodato ai colossi delle telecomunicazioni finiva a Paesi considerati a rischio di fondamentalismo islamico: Pakistan, Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Iraq e Turchia. Verso questi Paesi sono stati spediti, negli ultimi cinque anni ben 400.000 euro dalla persona che, per quanto riguarda Brescia, é al centro delle indagini, il pachistano Mohammed Zamir, arrestato insieme alla moglie. Zamir, secondo gli investigatori era uno di quelli che, in codice, veniva chiamato «manager», perché rivendeva i codici rubati. Il sistema utilizzato dagli hacker filippini per razziare codici a più di 2000 ditte, é del resto piuttosto semplice da descrivere. In azioni sono entrati quelli che si definiscono «Fingers hackers» (pirati delle dita). Riuscivano infatti a ricostruire i codici attraverso i toni acustici emessi dall'apparecchio nella fase di risposta. Il codice veniva poi ceduto a Zamir per cento euro, che lo rivendeva ai titolari dei phone center finiti nei guai. Il risultato era che le telefonate venivano pagate al titolare del negozio, ma addebitate alle aziende statunitensi. E risultavano anonime. Proprio questo aspetto potrebbe portare alla conferma del collegamento con il terrorismo internazionale.