Vesuvio silenzioso e il Giro parla russo


ERCOLANO. E il Vesuvio tace. È cosi dal 1944 quando eruttò per l'ultima volta. Resta impassibile davanti al Giro ed assume il volto imperscrutabile di Menchov, un altro vulcano silenzioso. Il russo ammira il Golfo di Napoli dal cratere addormentato e scruta Roma all'orizzonte.
E da ieri la vede decisamente rosa. Di Luca gli strappa gli spiccioli del terzo abbuono ma con una crono a disposizione l'ex studente della scuola di sport dell'Urss si sente molto più rilassato. Sulla corsa non scorrono ancora i titoli di coda ma il «The End» sembra scritto. Il Giro al contrario, delle Dolomiti bonsai, dell'enfasi trattenuta in gola, riversava tutte le sue speranze su un vulcano «maledetto» ma da anni in cattività. Ed in gabbia il Vesuvio è rimasto, cosi come Di Luca, Pellizotti e gli altri uomini di classifica. Regala spettacolo la terzultima tappa ma più per il paesaggio incantevole che per l'agonismo. Una cartolina illustrata della Costiera Amalfitana, un assaggio di «vedi Napoli e poi muori», senza «monnezza» e con il Vesuvio custode silenzioso di un grandangolo paesaggistico unico al mondo.
Non hanno fatto i turisti Di Luca e Menchov che negli ultimi 10 chilometri di salita hanno riproposto il refrain delle ultime canzoni. L'abruzzese che scatta ed il russo che risponde. La maglia ciclamino che scala e parte, quella rosa che si mette subito in scia. Una marcatura stretta, assillante, come gli stopper prima dell'avvento di Sacchi. Una sfida muscolare, ma anche di testa. Di Luca ha letto persino Freud pur di mettere in crisi la tenuta psicologica del russo di Pamplona ma Menchov si sdraia sul lettino dello psicanalista con la stessa naturalezza con la quale si adagia su quello del massaggiatore. Quella tra i primi della classe e una corsa nella corsa perchè là davanti c'è già Sastre che cattura la seconda preda della sua battuta di caccia e Pellizotti che prova a far saltare il banco ma alla fine si acconenta di consolidare quel terzo posto finale che lo scorso anno gli sfuggi per un niente.
Di Luca meriterebbe il Nobel per la generosità: ha iniziato ad attaccare in gondola a Venezia, ha fatto lo scalatore sulle Alpi, il discesista in Liguria, il cacciatore di taglie sugli Appennini. Ha provato persino a scuotere il Vesuvio. Ma niente. Menchov è sempre li. Un'ombra, un'ossessione. E Di Luca non si arrende. Probabilmente dentro di sè è consapevole che la signora Menchov ha già fatto posto in salotto per esporre la maglia rosa ma vuole mettere le ultime molecole di energia a disposizione della causa. E allora oggi cercherà di prendersi tappa, abbuono e maglia ad Anagni su un arrivo in leggera salita che, in assenza di sprinter (Petacchi è suo compagno di squadra) potrebbe anche strizzargli l'occhiolino. Certo, resterebbe sempre la cronometro di Roma con una sovrattassa di almeno trenta secondi a carico dell'abruzzese. Domenica a Roma al Quirinale sarà Napolitano a consegnare la maglia rosa e il patriota Di Luca spera ancora che sia un italiano a riceverla.

dall'inviato Valentino Beccari