Torresani, sei tituli: «Non allenerò più il Pavia»

PAVIA. Marco Torresani, sei tituli. L'allenatore cremonese, che ha legato il suo nome al Pavia per quasi un decennio, innalzandolo dall'Eccellenza alle soglie della B, ha colpito ancora. Questa volta è riuscito nell'impresa di portare tra i professionisti Noceto, piccolo centro di poco più di diecimila abitanti alle porte di Parma. Domenica scorsa, nell'ultima giornata, la vittoria decisiva, battendo il Fiorenzuola. E' la sesta promozione della sua carriera, tutte raggiunte con il primo posto in classifica. E' anche andato due volte ai play off, con il Pavia, sfiorando la B nel 2005, battuto in finale dal Mantova di Mimmo Di Carlo (oggi allenatore del Chievo in A) L'anno prossimo tornerà tra i professionista, in Seconda divisione, e probabilmente incrocerà Pavia, tornando al Fortunati, dove non ha più messo piede dopo l'esonero del dicembre 2006. Dovrà stare molto concentrato quel giorno per non sbagliare panchina.
Torresani, ci racconta la sesta promozione?
«A Noceto siamo partiti con l'idea di fare un buon campionato, pensavamo ai play off. Invece la squadra è andata meglio del previsto ed è arrivata la promozione. Qui lavoro bene, un ambiente familiare, in piccolo quello che avevo trovato al Pavia»
Ancora una volta ha vinto con La Cagnina. Ma non era al Voghera?
«Ha iniziato il campionato al Voghera. Poi a dicembre li ci sono stati un po' di problemi. A noi serviva un giocatore cosi, l'ho impiegato più a centrocampo che in attacco».
A proposito di Voghera, cosa è successo nel match di coppa con Carmignani?
«Abbiamo segnato un gol con un loro uomo a terra. Il mio giocatore non se n'era accorto, ha superato due avversari e segnato. Sono stato aggredito verbalmente e minacciato. Mi dispiace, ma sapete quanto ci tengo io alla Coppa Italia: zero. Avevo in campo solo ragazzini, ma non potevo certo dir loro di perdere».
A Voghera da anni non riescono a fare il salto di qualità: perché?
«C'è una grande pressione, un po' come succede a Vercelli dove sono stato dopo Pavia. Ogni anno ci sono grandi aspettative, si fanno buone squadre e si carica la piazza. Secondo me bisognerebbe azzerare tutto, dire chiaro e tondo che il programma è di lunga scadenza e che i frutti si raccoglieranno più avanti».
Lei invece i frutti li ha raccolti ancora. Non le fa però un po' rabbia vedere Di Carlo (che ha vinto molto meno di lei) allenare in A mentre lei è in D?
«No, ho perso la chance di andare in categorie superiori e ora ho meno ambizioni di prima. Peraltro non sono mai stato molto ambizioso, questo è probabilmente uno dei miei più grandi difetti».
Però quando sfiorò la promozione disse che le sarebbe piaciuto provare la B...
«Dissi che mi sarebbe piaciuto andare in B con il Pavia. Perché li mi sentivo a casa, sapevo che potevo operare bene».
A Pavia in tanti ricordano quelle due grandi stagioni, con i play off per la B. Ma perché il primo anno non fece sempre giocare titolare Bressan, che oggi è a Sassuolo che lotta per la serie A, e non Reggiani?
«Sapevo che Bressan era superiore, ma non ancora maturo, come uomo e come giocatore. Poi lui aveva la testa altrove, intendeva andarsene».
E perché l'anno successivo dopo il pugno di Veronese a Meggiorini scelse di tenere Veronese e non Meggiorini, che oggi segna tanti gol in B?
«La mia intenzione era di tenerli entrambi e feci un grande lavoro diplomatico per questo. Avevo quasi convinto il ragazzo. Andai a parlare ai genitori di Meggiorini, nel Veronese: furono gentili e mi ospitarono, ma non erano tranquilli, dopo quel pugno in faccia. E Meggiorini andò via».
Mantova, Frosinone, Grosseto, vostre avversarie dei play off del primo anno sono andate in B. E sono poi salite anche piccole realtà come Cittadella, Sassuolo e Grosseto: perché il Pavia non ci è riuscito?
«Ci siamo andati vicino. E' passato un treno, occasionale, che non siamo riusciti a prendere. Se ci fossimo riusciti, Pavia avrebbe potuto fare quel salto di qualità che, ad esempio, fece la mia Cremona, con 19 anni consecutivi tra A e B. Non è successo, ora si è tornati alla normalità».
Ma la società avrebbe potuto fare di più?
«La società aveva capito che era un treno che passava una volta e ci ha provato. L'anno successivo ha fatto un grosso sforzo. E' stata anche sfortunata, perché quell'anno c'era il Genoa e grandi squadre. Fosse successo in un'altra stagione, magari sarebbe riuscita ad andare in B».
Lo sa che l'anno prossimo potrebbe tornare al Fortunati e sfidare il Pavia?
«Si, i Crociati Noceto forse finiranno nel girone A. Se capitasse non so se inventerò qualcosa per non esserci. Non sono più stato al Fortunati».
Un giorno potrebbe tornare ad allenare il Pavia?
«No, le minestre riscaldate non vanno bene. A Pavia ho vissuto il periodo più bello della mia carriera. Come calciatore ero stato in A, ma a Pavia è stato diverso, sia per la durata, sia per i successi, sia perché sentivo tanta stima intorno a me. Ringrazio ancora adesso il Pavia per l'opportunità che mi ha dato, ma le cose belle finiscono. Quel periodo appartiene al passato».
A proposito di allenatori, cosa pensa di Mourinho?
«E' il Berlusconi degli allenatori. Si sa vendere benissimo, ha grande personalità e carisma. Sul piano del gioco non ha ancora fatto il salto di qualità. Diamogli tempo».