Il Papa insiste: due stati per due popoli
ROMA.Benedetto XVI ha terminato ieri il suo viaggio in Medioriente e prima di salire sull'aereo che lo ha portato a Roma, all'aeroporto di Ben Gurion è tornato punto per punto su tutti i temi affrontati ad Amman, a Gerusalemme e nei Territori palestinesi cercando di dissipare alcune nubi che avevano gettato un'ombra sulla sua missione nella Terra Santa. «Sono amico di entrambi i popoli: non posso fare a meno di piangere per le loro sofferenze», ha detto il pontefice e ricordando che a soffrire sono entrambi i popoli ha indirettamente ribadito la necessità della creazione di due stati che possano vivere l'uno accanto all'altro.
Ancora più esplicito quando ha accennato all'altro tema su cui ci sono stati dei dissapori con alcuni ambienti israeliani: il nazismo e l'Olocausto: «Uno dei momenti più solenni del mio soggiorno in Israele - ha detto il papa - è stato quello della mia visita al memoriale dell'Olocausto Yad Vashem dove ho incontrato alcuni sopravvissuti alla Shoah.
Questi incontri profondamente toccanti mi hanno riportato alla memoria la visita di tre anni fa al campo della morte di Auschwitz». Il preambolo è servito a Joseph Ratzinger per precisare ciò che pensa del nazismo e della Shoah: «Fu frutto di un regime ateo, che propagandava un'ideologia di antisemitismo e odio. Questo sconvolgente capitolo della storia - ha aggiunto - non deve mai essere dimenticato o negato».
Quindi un messaggio ecumenico, a partire dalla memoria per quella tragica esperienza della recente storia: «Memorie oscure che dovrebbero rafforzare la nostra determinazione a condurci più vicini gli uni agli altri come rami dello stesso albero di ulivo». Poi, una sorta di confessione: «Con i fratelli ebrei, i cattolici hanno avuto una relazione tesa, ma ora sono fermamente impegnati a costruire ponti di duratura amicizia».
Ma sullo sfondo di questo viaggio restava anche la visione del muro che il papa ha visto a Betlemme, un muro che il pontefice ieri ha definto «una delle visioni più tristi» del suo viaggio. Quel muro resta il simbolo della lacerazione e della divisione, mentre il papa ha ancora chiesto un «futuro in cui i popoli della Terra Santa possano vivere insieme in pace e armonia, rinunciando a ogni forma di violenza e di aggressione». Quindi, un quasi lamento: «Come è difficile il compito di Israele e dell'Autorità nazionale palestinese» per rimuovere il passato.
Benedetto XVI ha avuto ieri un altro breve incontro con il premier israeliano Benyamin Netanyahu e con il presidente Shimon Peres, che lo hanno accompagnato all'aeroporto. Ma è pesato ancora quell' «Israele non vuole una nazione terrorista accanto a sè», replicato da Netanyahu quando l'altro giorno il papa lo ha sollecitato ad accettare i due stati. I commenti di ieri sulle pagine dei giornali israeliani sottolineavano che il papa innanzitutto è piaciuto ai palestinesi, «grazie al suo aperto sostegno per la creazione dei due stati e per la sua condanna della barriera di separazione» ha scritto il notista di politica estera di «Haaretz».
Il giornale ha sostenuto che «la missione di Benedetto XVI in Israele è stata molto politica, sia per il carattere del pontefice sia per la vicinanza con l'operazione Piombo fuso a Gaza». Critiche al papa sono arrivate da Hamas, che si è chiesto come mai non è andato a Gaza. «Due pesi e due misure», ha detto Hamas commentando i giudizi espressi dal papa.