Febbre suina, il pavese sta meglio
PAVIA. Ormai è sulla via della guarigione. Il professionista pavese che durante una permanenza a New York ha contratto la febbre messicana sta meglio. E rimane in clausura nella sua abitazione dove l'ufficio di Prevenzione dell'Asl - che segue il caso dal momento del suo esordio - avrebbe provveduto anche a fargli recapitare pasti e generi alimentari. Evitando cosi qualsiasi contatto a rischio con il mondo esterno. Sono monitorate anche le persone che nei giorni successivi al rientro in Italia hanno incontrato il paziente. E per ora la situazione sembra essere sotto controllo.
Il cordone sanitario è scattato attorno al pavese, la cui identità rimane coperta da strettissimo riserbo. Ma all'Asl i medici hanno cercato di ricostruire a fatica tutti i contatti avuti dal momento della partenza da New York. Sembra infatti che l'uomo non abbia viaggiato con un volo diretto, ma abbia fatto alcuni scali intermedi. Questo, tuttavia, non significa che abbia necessariamente contagiato qualcuno.
E per motivi di lavoro sembra che abbia anche avuto, in Italia, forse a Milano, un impegno di lavoro. Le persone con le quali è entrato in stretto contatto sono state avvisate e tenute sotto sorveglianza. E lui sembra essere, al momento, il solo con la febbre influenzale dilagata in Messico.
Nonostante gli inviti dei responsabili dell'Ufficio Prevenzione e Igiene dell'Asl a non fare ricorso senza motivo ai farmaci anti-virali, c'è chi si è fatto condizionare dalla psicosi. E nei giorni scorsi, di rientro da un viaggio negli Stati Uniti, c'è chi ha acquistato in una farmacia del centro alcune confezioni di anti-virali, del tipo che viene prescritto in questi casi. Una precauzione inutile, se non c'è il virus.