NEL SEGNO DI PACIFICAZIONE LA NOBILTÀ DELLA POLITICA


Sono 333 i morti che il terrorismo di ogni colore ha seminato nel Paese, dalla strage milanese di piazza Fontana (dicembre 1969) in qua, col picco di 199 vittime soltanto nel quadriennio 1976-80, quello che include la tragedia di Aldo Moro. Ad essi dobbiamo aggiungere centinaia di feriti gravi e di invalidi.
Una autentica, aspra guerra civile combattuta contro lo Stato democratico prevalentemente da organizzazioni eversive di sinistra e però segnata, in un intreccio micidiale, da alcune terribili stragi di matrice neofascista. A cominciare da quella, ricordata ieri al Quirinale dal presidente Napolitano, di piazza Fontana, sulla quale i tanti processi non sono «riusciti a far scaturire una esauriente verità giudiziaria». Anche perché, mentre la trama organizzativa dei terroristi «rossi» è stata dissolta anche grazie alle confessioni di «pentiti» e dissociati, fra i terroristi «neri» nessuno, in pratica, ha parlato svelando rapporti e connessioni strategiche (ad esempio, coi servizi segreti deviati).
Su una delle stragi neofasciste più sanguinose - quella di piazza della Loggia a Brescia - si aprirà a giorni, dopo 35 anni, un nuovo processo che Giorgio Napolitano si è augurato possa «giungere a valide conclusioni di verità e di giustizia», utili anche per altre stragi di quegli anni di piombo.
La cerimonia di ieri al Quirinale - in un momento molto basso della vita politica - riluce di un alto significato, portandoci a riflettere, tutti quanti, su fatti, personaggi e fantasmi del passato spesso rimossi e quindi non capiti né esorcizzati. Per cui siamo il solo fra i Paesi avanzati a registrare tuttora (si vedano le ultime disperate Br intente a colpire soprattutto giuslavoristi quali D'Antona e Biagi) fenomeni di terrorismo. Circoscritti e tuttavia inquietanti. Mentre su certi siti neofascisti si continua a praticare una quotidiana propaganda eversiva, coi più distruttivi incitamenti alla violenza e al razzismo. Nella più totale illegalità e, insieme, nella più generale sottovalutazione.
Il presidente della Repubblica ha dedicato la Giornata della Memoria soprattutto alla strage di piazza Fontana e non solo perché da essa sono ormai passati 40 anni. Egli ha anche voluto «rompere il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei 17 che persero la vita», la ferita cioè della morte, avvenuta in Questura, del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, fermato come sospetto e rivelatosi del tutto innocente. Ad essa segui una durissima campagna di odio contro il commissario Calabresi assassinato tre anni dopo da un commando terrorista. Oggi era possibile far incontrare, dopo tanti anni, al Quirinale le due vedove e dare un altro segno di pacificazione. Anche grazie al libro, molto sereno, dedicato al padre da Mario Calabresi, di recente divenuto direttore della «Stampa» e grazie, come ha rimarcato Napolitano, alle «parole libere da rancore» ascoltate dai famigliari dei fratelli Mattei arsi vivi nell'attentato contro il padre segretario della sezione del Msi di Primavalle.
Tutto ciò aiuta a coltivare la memoria e la cultura della tolleranza, dando alla politica un significato alto proprio nel momento in cui essa vola basso.

Vittorio Emiliani